lunedì 24 giugno 2013

LA STAZIONE


  Negli anni Settanta, l’Università di Verona non ha ancora la Facoltà di Medicina, e la maggior parte degli studenti sono invogliati, per la breve distanza e per la frequenza dei treni sulla linea Milano-Venezia, a iscriversi all'Università di Padova. Che è una fortuna non indifferente essere iscritti in una facoltà che fin dal Medio Evo vanta nobili origini e chiara fama in tutto il mondo. 
 Tra questi giovani ce n’è un paio che non sono affatto male. Svegli, e già fin troppo navigati per la loro età. Oltre che compagni di corso si vedono spesso in giro per il centro circondati da quel benevolo alone d'ammirazione e d'invidia che rendono mitiche le loro imprese.
 Michele, dai capelli neri e corti, dal sorriso smagliante, appena al di sotto del metro e ottanta su un viso dai lineamenti delicati, è sempre in jeans e maglione più o meno pesanti secondo le stagioni. Flaviano, leggermente più piccolo e più maschio, porta i capelli lunghi fino al collo: sono castani e ben curati dalla tartaruga del suo pettine. Eternamente abbronzato, con scarpe all’inglese, con i risvolti ai calzoni e in giacca e cravatta, veste come un elegantone d’altri tempi. Ora, con un paio d'avventure capitate in treno, potrete inquadrarli meglio.
  Soprattutto nelle prime ore del mattino, la linea Milano-Venezia a causa dei pendolari e degli studenti che si recano quotidianamente a Padova e a Venezia è sempre affollatissima. Capita sovente di salire e di farsi strada a fatica, il più delle volte disgustati dall'alito e dal sudore cipollino di certe ascelle. A volte, si deve anche ringraziare il Cielo se non si prendono spintoni e pestoni da alcuni energumeni.
 In un mattino di ressa, sono appena arrivati a metà vagone, quando incrociano Manuela. Questa loro amica, studentessa in Biologia, li avvisa che nello scompartimento prima del gabinetto c’è un posto libero. Non par vero! Un’ora in piedi e poi seduti per delle ore sui banchi di scuola sono troppo faticosi. A Michele s'accende una lampadina, e rivolgendosi alla ragazza:
 - Avvisa gli altri che oggi si gioca.
 Rumorosamente, i nostri eroi entrano nello scompartimento del posto libero; Flaviano recita la parte di chi ha un terribile mal di pancia, e Michele, da attore consumato, quello dell'amico preoccupato. 
 Flaviano, piegato su se stesso per la finta sofferenza, si fa strada pestando qualche piede. Nel frattempo, Michele chiede il permesso di abbassare il finestrino avendo l’amico perdite odorose. Il quarantenne che sta accanto allo studente, seccatissimo, non sopportando l'aria in faccia, cede il posto a Michele.
 Nello scompartimento nessuno fiata. Gli occhi degli astanti non abbandonano Flaviano e di nascosto fiutano l'aria. Arrivano altri studenti che s'informano sul falso sofferente. Dopo qualche minuto s’affaccia Manuela che, storcendo il naso, riferisce che ha messo Giuseppe a guardia della porta del gabinetto in modo che sia libero per un’eventuale urgenza. L'espressione disgustata di Michele, come se respirasse odori pestilenziali, e l’aria che entra dal finestrino obbligano i viaggiatori a brontolare e a lasciar liberi i loro posti. Come l’ultimo abbandona lo scompartimento, arrivano i compagni d'università a riempirlo di nuovo. Tirano le tendine, chiudono il finestrino, ridono a crepapelle e cantano vittoria.
 Scoperti una volta a cantare O Bella Ciao, a causa d’una discussione troppo accesa, prestano ora più attenzione.
 Questa è una delle tante chiassate che fanno in treno per scacciare la noia del viaggio. Eh, eh! Ma non sempre va tutto liscio. Anzi, a volte si prendono delle martellate sui denti, come quella volta che, ai primi di giugno e in tarda mattinata, vanno per assistere all’esame in preappello d’un loro amico.
 Sono interessati alle domande che farà l’insegnante per poterne trarre qualche vantaggio. Stanno passando nel corridoio della prima classe, Flaviano, avanti di tre passi rispetto all’amico, all’improvviso si blocca, si volta e fa cenno a Michele di dare un’occhiata all'interno dello scompartimento appena superato. Sedute di fronte al senso di marcia, un gran bel pezzo di figliola e una signora anziana. Michele, senza pensarci due volte, apre lo sportello e s’accomoda, subito raggiunto dall'amico.
 Non è la prima volta che si siedono in prima classe. Se pescati dal controllore, si scusano affermando che hanno bisogno di tranquillità. Devono interrogarsi per preparare meglio l’esame. Hanno un così bel modo che trovano sempre controllori teneri, sedotti dal fascino di questi due futuri dottori. Questa volta però, hanno tutt’altro in testa. La giovane dagli occhi incantevoli, oltre a esser bella, ha un corpo da far girar la testa. Sui vent’anni, leggermente abbronzata, capelli biondi raccolti a coda, labbra carnose e purpuree, e che occhi! Porta la minigonna e le gambe sono degne dei manichini esposti nelle vetrine d’abbigliamento. La signora supera i sessanta: capelli bianchi e ricci su un viso tondo e fatto per il sorriso. Fin troppo ingioiellata è in tailleur rosa. Legge un quotidiano, mentre la giovane sfoglia un settimanale di moda.
 Appena entrati, i due giovani applicano la regola di Verona: “Se non te tacchi ti sì un mona”(1), che in parole povere  vuol dire: "se non attacchi bottone sei un cretino".
 Anzitutto fan capire, anche se non richiesto, che sono studenti in medicina, e come scusa si rivolgono alla signora anziana commentando la bella giornata e il ritardo del treno. La prendono alla larga, come si suol dire.
 La giovane però non ci casca. Perché i pesci abbocchino ci vuole un’esca allettante. Allora Michele offre delle caramelle e Flaviano le sue, vantando che sono senza zucchero. Solo la sessantenne accetta.
 Caduta la possibilità d’un dialogo, i ragazzi cambiano gioco e passano alla provocazione: Flaviano la fissa incantato come fosse una madonna, mentre Michele punta alle gambe che ogni tanto lei accavalla. Gli occhi addosso prudono più d'una orticaria. Nonostante gli sforzi per l'autocontrollo, la ragazza dà evidenti segni di nervosismo.
 Dopo un lungo silenzio, i ragazzi ci riprovano ripassando le lezioni di Anatomia. Fanno cenno alle fogge delle rotule, alla pienezza dei gemelli, alla bellezza e luminosità dell'iride, per arrivare poi alle sviolinate più sfacciate, appena velate ma perfettamente percettibili:   - Mi sembra d'averla vista in tv - . - Potrebbe essere una ballerina. - oppure - Che sia una fotomodella? – e altre leccate simili.
 Alzando lo sguardo, la giovane di tanto in tanto risponde con occhiate piene d’odio. I ragazzi sperano solo che prima o poi debba scoppiare e aprir bocca.
 Senza sapere che il silenzio pesa più del respiro, erano sul punto di darsi per vinti quando alla giovane saltano i nervi. Dando sfogo alla rabbia e al rancore, all'improvviso sbatte la rivista sul sedile e, alquanto inviperita, rivolgendosi a Michele:
 - Non ne posso più!  Che hanno le mie gambe da essere esaminate con così tanta insistenza?
 - Ne ammiro la bellezza.
 - Ma cosa spera di vedere più di quel che già vede?
 - Seguendo i binari, mi piacerebbe arrivare in stazione.
 - Tutte le stazioni sono uguali, - diventando viola.
 Soddisfatto d'aver provocato questa reazione, dopo uno sguardo all'amico, con il sorriso sulle labbra e dando sfoggio a una sottile ironia:
 - Non è affatto vero. Quelle di paese sono profumate, vivono in mezzo ai fiori e son poco frequentate; quelle delle città son piuttosto ordinarie; in fine, son rimaste quelle monumentali delle  metropoli di solito  fredde, superaffollate e piene di caligine. Se vuol sapere le mie preferenze.
 La signora si trattiene dal ridere; la giovane si alza di scatto, afferra la sua trolley, sulla porta si volta e dando sfogo al suo veleno: 
 - Se volete visitare tante stazioni, vi do un consiglio: iscrivetevi a Ginecologia! Attenzione però!...Per i professionisti c’è il divieto di sosta.


  (1) Mona è la vulva, ma in questo caso vuol dire cretino.                                                      

venerdì 21 giugno 2013

IL CALCIATORE



  Già in un’altra occasione, avevo scritto che l’amante ideale per noi maschi dovrebbe essere la bella femmina della porta accanto, e se poi è sposata, meglio ancora! 
 Non mi credete? Consideriamone i vantaggi. In primo luogo, con la vicina si ha più facilità di contatti, e quindi maggiori rapporti; secondariamente, se dovessero pescarvi mentre entrate o uscite dal suo appartamento, potete sempre giustificarvi che eravate confusi o che avete sbagliato porta. Addirittura, che vi occorreva del sale, un goccio d’olio, due uova... o che so io? Quel che vi salta in mente in quel momento, anche della curcuma. Nessun dubbio poi dell'enorme vantaggio che rappresenta la via di fuga, che non può essere più breve che da porta a porta.
 Donna sposata non va mai abbandonata, a meno che lei voglia lasciare il marito per mettervi delle catene. Vi ricordo che siamo liberi d’entrare in una gabbia, ma difficile uscirne. Queste sono le raccomandazioni che faccio sempre ai miei amici. Quanti guai in meno, se mi avessero ascoltato!
 Una mattina di primavera degli anni Settanta, stavo aprendo un po’ prima delle nove i cancelli della vetrina che dà sul vicoletto, quando mi sento sfiorare da una folata di vento che mi entra in negozio. Penso già al primo seccatore. A quello che ha l’occhiale storto, un‘asta staccata, oppure che ha bisogno d’un giro di vite e che, per la premura che dichiara, dovrei  piantar lì tutto e servirlo. In negozio non trovo nessuno. Mi credo poco sveglio o di aver ancora dei fumi residui della sera precedente quando dal retrobottega mi appare lui: il bomber del Verona.
 È pallido come una pezza lavata ed è nudo. Porta un asciughino a mo' di grembiule ... Eh, no,no! adesso ricordo bene: teneva le mani sui fianchi che reggevano uno straccetto. Resto a bocca aperta, e poi mi metto a ridere, e a ridere fino alle convulsioni. E per simpatia anche lui scoppia in una risata fragorosa. Asciugandomi le lacrime:
 - Ti vergogni a farmelo vedere?
 - Non far lo scemo!
 - Ho capito: sei saltato giù da un letto ... E quanta strada hai fatto?
 - Più di cento metri.
 - Di corsa?
 - Noo! Ho partecipato a una sfilata di moda! 
 - E perché sei venuto da me?
 - Perché sei l’unico ad avere un camice e un paio di zoccoli.
 - E non perché sono tuo amico?
 - Beh, anche per quello.
 - Vieni che ti copro: non voglio che la gente creda che spoglio i clienti in questo modo.
 Il grembiule gli sta corto e gli zoccoli bianchi da infermiere gli sono stretti, gli duole pure un piede: era saltato giù da una finestra del primo piano.
 - Ti hanno visto in tanti?
 - Quasi tutto il mondo, mancava solo la televisione.
 Sto per chiamargli un taxi, ma lui mi blocca: non ha le chiavi di casa. Quelle di riserva sono dalla donna di servizio.
 - Sulla rubrica telefonica cercami il dottor… La donna delle pulizie dovrebbe essere presso quella famiglia.
 Mi entrano in negozio una coppia di turisti tedeschi e un vecchietto a ritirare il suo occhiale. Nel frattempo, lui nel retro armeggia al telefono. Dopo una decina di minuti arriva un taxi davanti al negozio, esce di corsa lasciando di stucco gli stranieri e a me ancora la voglia di rimettermi a ridere.
 Nello stesso pomeriggio, una signora anziana mi consegna un voluminoso sacchetto di una boutique del nostro centro con dentro  i suoi abiti e le scarpe. E dopo un'ora, arriva lui in tuta sportiva con un amico a prendersi la sua roba.
 - Sono di corsa, nel sacchetto ho dentro il portafogli, le chiavi di casa e della macchina. Ci vedremo presto!
 Passano i giorni, ma lui non arriva. Purtroppo i giocatori di calcio non hanno mai tempo: sono impegnati per ben tre ore al giorno. Che non si creda! Giocare al calcio è una faticaccia tremenda, e non si hanno più gocce di sudore per fare altre commissioni. Ecco perché vengono pagati a peso d'oro. Visto che con il gioco non si divertono abbastanza, si danno pure a spese folli, cambiano automobili come fossero cravatte, non passa settimana poi che non vengano invitati o siano presenti a feste e incontri mondani. Per di più, per servizi fotografici e per la loro presenza a qualche evento percepiscono altre cifre da capogiro. Mamma mia, che noia far sempre le stesse cose! Correre per i campi dietro a una palla, farsi rincorrere dalle donne, giocare alle macchinette, se non addirittura alle scommesse. Nonostante abbiano minacciato uno sciopero, giochino male oppure vendano le partite, i loro fans, che si fanno chiamare tifosi, li adorano e vanno allo stadio lo stesso.
 C'è forse qualcun altro al mondo più sfigato di loro? Se penso che a quarant'anni sono già in pensione, mi prendono le convulsioni.  
 Finalmente! Arriva dopo una settimana di sera e all’orario di chiusura. Andiamo al bar e ci sediamo a un tavolo. Inizia con le litanie delle lagnanze.
  - Sono nei guai.
 E mi racconta che non si era ancora rialzato dal salto dalla finestra che incrocia gli occhi della moglie del presidente della sua squadra. Era stata proprio lei a presentargli quella attraente signora durante un ricevimento al club.
 Il giorno dopo, è convocato dal presidente stesso che gli dà una bella lavata di capo. Gli fa notare che ha perso l’amicizia d’una famiglia che abita nel suo stesso palazzo, che non può più contare sull’appoggio e quindi sui soldi del marito nel consiglio d’amministrazione, e che, oltre al danno morale ed economico, aveva notato che come giocatore batteva la fiacca. Il perdurare poi del suo pallore rivelava inoltre notti bianche e fatiche d’amore, e un atleta serio deve rinunciare a certi piaceri. Finito il cicchetto, questo gran signore, perché i presidenti delle squadre di calcio sono dei gran signori, soprattutto quando devono aumentare lo stipendio di qualche centesimo ai loro dipendenti, lo minaccia di venderlo ad altre società. Nel frattempo, lo multa decurtando dal suo contratto d’ingaggio lo stipendio di un paio di mesi.
Tutto questo, intercalando la narrazione con sorsi di birra e snocciolando certe litanie che non si possono riportare. Sul finire, punto dalla curiosità mi scappa da chiedere:
 - E con quella signora come sei messo? 
 - Male ... veramente male
 - Come mai?
- Ah, lascia perdere!... Quella è tutta matta.
- E perché è matta? - Senti un po': sono a letto con lei quando sento aprire la porta. Chiedo chi può essere, e lei mi risponde che è il marito. Salto giù dal letto. Ma lei mi trattiene per un braccio e m'invita a rimanere per dimostrare a lui quanto è scemo. Hai capito che genere di troia? (1) Mi ama e, per dimostrare al marito che è desiderata da altri e che pretende più attenzioni, mi vuol far litigare, se non addirittura accoppare, da uno poi che non conosco neanche. 
 E dopo dicono che gli uomini impazziscono per le donne?... Non sta a credere! Son loro che fan di tutto per farci diventare matti!
  
   (1)  Sgualdrina.

T’HO VIST



  Ho avuto una gran mamma. E che nessuno si sogni di dirmi adesso che la sua è stata più grande della mia. Di Margherita, chiamata Rita, potrei raccontarne tante da riempire più d'un libro, ma tempo e spazio mi consigliano di limitarmi solo a un breve compendio.
 Piccola di statura, con le gambe storte, con capelli corvini e ricci di cui ne andava fiera, nonostante  avesse un viso dai lineamenti marcati era riuscita a farsi sposare da mio padre che passava per un bell’uomo. In casa erano in sette fratelli: cinque femmine e due maschi. Perdiana, che allegria! Un giorno mi capitò di vederne quattro di queste cinque, parlavano tutte in una volta, e quel che mi stupì, fu che si capissero.
 Ancora bambina, dopo la terza elementare aveva inforcato la bici e ogni mattina portava il pane nelle cascine vicine al paese. Era soprannominata la Fornarina(1) e, macinando chilometri e chilometri su strade piene di polvere e fango, portava, oltre al pane, un po’ d’aria fresca nella dura vita dei contadini di allora. In tavola, se il tempo non permetteva, i contadini si accontentavano della polenta.
 Al ritorno, andava a dar una mano nella trattoria di famiglia. Mio nonno, oltre a essere fornaio, gestiva, aiutato da moglie, figli e dipendenti, una trattoria che a mezzogiorno dava da mangiare a un centinaio di lavoratori delle filande. Un piatto caldo o panini con il salame oltre al bicchier di vino. Un pasto che poi la gente integrava con qualcos'altro che si portava da casa per non spendere.
 Nel Ventinove, il grande freddo aveva fatto scoppiare i vetri dei capannoni mandando in rovina i salumi d’un centinaio di maiali. Li salvò dalla malora Pietro Negroni, il proprietario dell’omonimo salumificio di Cremona, che diede, a debito e a tasso d’interesse zero, tutti i salumi sufficienti a tirare avanti. Un anno veramente catastrofico, oltre alla perdita dei salami, il vino prese i fiori.
  Nata nel commercio, si sentiva soffocare dalla vita solitaria della campagna. Tanto fece che convinse mio padre, che conduceva una fattoria a San Giovanni in Croce, ad aprire una salumeria a Parma. Ma papà stava a bere e a studiare con gli universitari che volevano che s'iscrivesse a Medicina. In tali condizioni, chiusero bottega dopo un paio d'anni. Nel Quaranta arrivarono a Cremona, e comprarono la tabaccheria sull’angolo di Via Volturno. Fu la nostra fortuna.
 Chiacchierona e pettegola, raccontava frottole spergiurando di odiare le bugie. Disprezzava gli scherzi pur facendone di quelli tremendi.
 Paventando la miseria, amante del denaro e sparagnina, avrebbe venduto anche quello che non aveva. L’abilità nel vendere e nel darla a bere alla gente le erano ampiamente riconosciute. Mi ha lasciato in eredità, oltre al ricordo dei suoi baci e a qualche soldino, l’abilità di distinguere il signore dal pitocco, l’avaro dal prodigo, e, quel che più vale, la chiaroveggenza di saper prevedere chi ti vuol imbrogliare o chi ti pianterà il chiodo, che in commercio non sono doti da poco. 
 Alla morte di mio padre, nel Sessantuno, si assunse la responsabilità di mantenere me e mio fratello, di un anno e mezzo più giovane, e di indurci a finire gli studi all’università.
 Per evitarci i pericoli della strada oppure di prendere vie sbagliate, ma soprattutto per tenerci sottocchio, invitava spesso a cena i nostri amici. Per l’assenza  d’un padre-padrone, la nostra casa era diventata la più ospitale di tutta la città. E non solo. Per l’amore di vederci anche accasati invitava pure alcune ragazze che frequentavano il negozio di tabaccheria o quello di ottica. Naturalmente, la sua scelta cadeva sulle ricche, quelle i cui padri avevano campi oppure floride aziende commerciali. Non si sarebbe mai sognata d’invitare la figlia d’un ortolano o d’un ciabattino. Povere ragazze! Le malcapitate arrivavano a cena con il sorriso e con torte megagalattiche. Finito di sbafare il dolce, io e Vito ci alzavamo da tavola, educatamente prendevamo commiato e andavamo per i fatti nostri.
 Il giorno dopo era tutta una lagna: la sentivamo mugugnare:
 - O Signur, che fighura! Ma Dio, che fighura!...I ma’ piantà lè con quela povera putela, ma cosa pudiva raccontarle?... Gho propria per fioi du mascalson -. Oppure  - Cuma se fa a tratar mal na fiola cusì carina. Ma cosa vulì de più?... O Signur, che vergugna (2)! 
 Povera mamma! Eppure, dopo qualche giorno le passava il muso e ritornava sulle sue, come se niente fosse. Oh, non è che ci facesse tanta pena. Se le capitava l'occasione, ce le ritornava, e anche con gli interessi. Ah, non mi credete? E allora sentite questa.
 Nel Sessantaquattro, avevo ricevuto l’incarico annuale d’insegnare Matematica e Fisica all’istituto Ala Ponzone di Cremona; per festeggiare l’incarico, assieme a un collega organizzammo una cena con due nuove insegnanti neolaureate dello stesso istituto. Per non vederlo piangere, ci dividemmo il compito: io avrei rivolto le mie attenzioni a quella meno bella valutandola la più facile. Usammo la sua auto: più comoda e più ampia della mia Cinquecento.
 Arrivò puntualmente alle diciannove davanti al negozio di ottica sull’angolo di Via Bertesi. Era stata una bellissima giornata di metà ottobre. Il tepore calava con il sole e già le vetrine risplendevano delle prime luci. Tutto portava a credere che sarebbe stata una serata magnifica, perfino i passanti per Corso Garibaldi sembravano più allegri.
 Il mio amico fermò il suo Maggiolino proprio davanti all’ingresso del negozio e diede un delicato colpo di claxon. Come uscii, mia madre mi passò davanti e rivolse la sua attenzione alle ragazze sedute sui sedili posteriori facendomi la più bella presentazione che io abbia ricevuto. Scura in viso e a voce alta:
 - Chèst chi l’è semper andà a troie (3).
Secondo voi: c’è forse di meglio come inizio di serata?
 Cari lettori, scusate la digressione, ma quando parlo di mia madre mi faccio prendere la mano e non la smetto più, mentre il vero scopo del racconto è quello di narrarvi quando mamma di notte gridò all’uomo visto in strada: - T’ho vist (4)!
 Abitavamo a Cremona al n° 62 di Via Volturno, nell’appartamento al primo piano, quello che s’affaccia sull’angolo di Via Volturno con Via Garibotti. A quei tempi, le trasmissioni televisive terminavano a mezzanotte; e se mamma non aveva sonno, o s’incantava davanti ai pesciolini dell’acquario o si metteva davanti alla finestra del bagno ad aspettare il nostro rientro. Con le tapparelle abbassate passava ore e ore guardando giù in strada, e chissà quali pensieri le passavano per la testa. Pensava forse al futuro oppure ritornava ai tempi passati, chi lo sa. Raramente la trovavamo nel suo letto.
 Durante queste attese, s'accorse che ogni tanto alle due usciva dal cancello della nostra casa un uomo alto che portava un cappello a tesa larga e che non aveva l’aspetto d’un condomino. Si arrestava davanti alla porta e si guardava attorno con l'aria sospetta prima d'incamminarsi. Prestò più attenzione e verificò che le uscite avvenivano di solito al mercoledì e al venerdì.
 Con chi se la faceva quel benedetto uomo? Mica andava da una sorella o da una semplice amica. E chi era la donna del condominio che sgarrava?
 Eh, la curiosità è come il prurito! Se non ti gratti non ti passa.
 Una notte, mentre l’uomo misterioso le passava sotto alla finestra, lei gridò: - T’ho vist!
 Lo sconosciuto s’arrestò, si voltò, alzò il capo e la falda del cappello mettendo in luce il viso. Mia madre lo riconobbe. Mamma trattenne il fiato e si ritirò di quel poco in modo da non esser scorta. Come l’uomo riprese il suo cammino, non seppe resistere, e di nuovo gli gridò: - T’ho vist!





 (1) Piccola fornaia.
 (2) Ma Dio che figura! Mi hanno lasciato lì con quella povera ragazza, ma cosa poteva raccontarle?
Ho proprio per figli due mascalzoni. Ma come si fa a trattare una ragazza così carina. Ma cosa volete di più? O Signore, che vergogna!
 (3) Questo qui è sempre andato a puttane.
 (4) Ti ho visto!





  P.S.  Per un fattore estetico il racconto sarebbe terminato qui, ma i lettori sono come i beoni : vogliono sempre l’ultimo goccio. Ma sì! per questa volta, accontentiamoli!
 Si seppe  che quel signore non smise affatto di fare le sue visite, cambiò percorso: entrava e usciva da uno dei due cancelli dei garage. Al contrario, la signora compiacente non fu mai individuata, c’era il sospetto ma non la certezza. Che nel condominio ce ne fossero più d’una?


TITOLO DELL'OPERA: DIO NON RIDE




Ala di copertina
 
 E non ha tutti torti. Per quel che vede, c’è solo da piangere.
  Nietzsche ha scritto che Dio è morto, mentre la maggior parte di chi Lo implora si lamenta che è sordo. Gli autori delle Sacre Scritture Lo hanno descritto come un padre-padrone: ci ha scacciato dal paradiso, ci ha fatto correre per il deserto, ci ha dettato le Sue leggi e ha disperso il Suo popolo.  
 Con i limiti tutti nostri di poveri mortali Lo hanno sempre descritto troppo severo e vendicativo. Non credo però che Dio venga offeso quando non si condivide le idee dei Suoi preti, e neppure credo sia anche un giudice così serio e severo pronto a punirci senza divertirsi e regalarsi neppure un sorriso. Gli abbiamo attribuito le nostre più noiose qualità senza donargli un briciolo di umorismo e d'ironia che, come san tutti, sono il sale della vita. Per questo penso che la Teologia vada riscritta. Han fatto meglio i Greci che tra gli dei avevano generato un Bacco. 
 Ora, ammesso che esista, come posso non annoiarlo e fargli perdere quell’aria vendicativa di giustiziere se non deliziandolo e farlo sorridere? C’è solo un modo, anche se un po' presuntuoso da parte mia: fargli leggere questi brevi racconti.
 
 Prima pagina: frontespizio con titolo dell'opera, DIO NON RIDE; nome dell'autore, ENZO MONTI, e per l'eventuale editore si vedrà.
 Seconda pagina



Nel libro, i protagonisti sono stati citati con i loro veri nomi. Se qualche sventurato dovesse ravvisarsi con un altro nome e non con il suo, sappia che non l'ho fatto perché ne temo qualche denuncia e di pagarne le conseguenze, ma perché il suo nome me lo son proprio scordato.
 Se qualcuno ha dubbi in merito e non mi crede, sono solo affari suoi.



 Terza pagina.



Spazio per l'introduzione che avete letto nella pagina precedente. 
 
Ultima pagina.



 Signore, io non credo che Tu esista, non credo che ci sia una mente senza corpo che vaghi nello spazio fin dall'inizio dei tempi. E tu lo sai quanto mi piacerebbe credere!
 Visto però che in questo mondo tutto è possibile, ascolta la mia preghiera: - Se un bel dì tra le nuvole Ti passassi davanti e Ti venisse voglia di castigarmi, fallo almeno con un sorriso. 
 
Quarta di copertina
 
Tu vuoi sapere chi sono. Sei curioso di apprendere che altro ho scritto, quali sono le mie conoscenze, quali sono stati i miei studi, se ho vinto qualche premio. Ma cosa centra se il libro fa schifo? Ti chiedi pure: come mai  non c'è nessuna presentazione di qualche scrittore noto? Ma che te ne faresti  di tante sviolinate, se poi il libro non mantiene ciò che promette?
 Mica te la puoi prendere con tua moglie o con un amico se ti hanno consigliato male. L’unica cosa che puoi fare è quella di assaggiarmi: ossia di leggere qualche pagina qua e là, e se mi trovi di tuo gusto paga quei pochi spiccioli che ti chiedo e portarmi via.
 Ora, per sapere se un vino è buono, non devi berne tutta una botte, basta assaggiarlo due o tre volte. La stessa cosa la puoi fare con un libro. Con parole più o meno uguali, questi stessi suggerimenti li hanno scritti in tanti, anche perché, se il detto fosse solo mio, sarei da Nobel.
 
 

mercoledì 19 giugno 2013

ENZO MONTI


      INTRODUZIONE

  Non capita tutti i giorni d’incrociare per strada un amico che ti suggerisca:
 - Visto che hai la penna facile, cerca di scrivere dei racconti brevi e, se ti è possibile, facendo leva sulla tua voglia di ridere e di scherzare, che siano divertenti. Mi piacerebbe  vedere in giro facce più allegre. Ce ne sarebbe un gran bisogno! Ma lo sai che potresti ricavarne anche un sacco di soldi? 
 Non ci sarebbe nulla di singolare se il consiglio non mi fosse stato soffiato dal professor Flavio quando, in una mattina fredda e con qualche fiocco di neve di questo fine febbraio del Duemilatredici, l’incontrai all’uscita da Squassabia, in Piazza Isolo qui a Verona. Ero appena uscito da questo centro, dove avevo fatto delle terapie (interferenziali e ultrasuoni alle ginocchia), quando al volo ci siamo scambiati queste quattro parole.
 Flavio è uno dei primi lettori dei miei scritti, un lettore entusiasta del mio primo libro. Ricordo che se lo portò in vacanza e gli piacque così tanto che mi scrisse una cartolina dalla Croazia complimentandosi e confessando pure che se lo contendeva con la moglie.
 Uomo di solida e vasta cultura parla e scrive correttamente in cinque o sei lingue, avendole imparate nel corso degli anni come nostro addetto culturale in parecchie capitali europee. Ora,
insegna all’Università della Terza Età e, a tempo perso, sta leggendo le mie opere teatrali. Forse non gli sono piaciute più di tanto, e allora mi ha suggerito con diplomatica eleganza di scrivere qualcos’altro. 
 E se mi sbagliassi? E se invece avesse visto in me una discreta abilità nel raccontar facezie?
 Sulla settantina, calvo, sornione, con lo sguardo e il sorriso del saputo, oltre a possedere la raffinata doppiezza del diplomatico, conosce l'arte di pesare chi gli sta davanti. Che mi abbia dato un buon consiglio?
 Dopo un paio di settimane di ripensamenti, mi chiedo perché non seguire quel suggerimento. Tanto, cosa mi costa? Mi piace scribacchiare: è l’unico momento in cui mi sento libero. Se poi devo scrivere cose divertenti mi svago ancor di più, e la fantasia non ne soffre, anzi!  Ma cosa scrivere?... Ho trovato: forse il professore si riferiva alle effusioni, ai contrasti, ai qui pro quo, alle arguzie e alle spiritosaggini che spesso capitano tra uomo e donna. Non vedo altra via.
 Mi chiede anche di pubblicare. Ma, cari lettori, vi siete scordati  d'essere entrati in una libreria? C'è da spaventarsi con tutte quelle pubblicazioni. Per quanto sia ottimista, non vedo perché la gente dovrebbe comprare il mio libro. Ma vi rende poi conto di quanta gente scrive in Italia e di quanta sia poca quella che legge? E gli editori? Pubblicano solo i ricordi delle attricette senza talento, le memorie dei  campioni sportivi, le impressioni e le interviste di quei lecconi di presentatori 
televisivi, e così via. E poi, adesso vanno di moda i giovani maghi, i carteggi, i codici, e solo romanzi che fanno piangere. Sembra che il pubblico si diverta solo se riesce a piangere. E questo non succede solo per la carta stampata, anche per le pellicole capita la stessa cosa. Non s’è mai verificato che qualche opera che diverta abbia preso un premio importante. Per uno sconosciuto poi ci vuole fortuna. Qualcuno può pensare: "Ma se il prodotto è buono, allora…" E chi lo stabilisce? A volte hanno successo delle schifezze mentre libri di qualità rimangono sugli scaffali.
 In quanto al denaro, alla mia età non so che farmene, anche se qualche soldino in più non mi farebbe male. Per la gloria? è meglio lasciar perdere! Si vedono in tv e sui giornali gente senza arte né parte, spesso equivoca, e che di virtù o di talento hanno ben poco. Inutile chiedersi come mai siano arrivati a quella notorietà e a quei guadagni senza gran fatica.
 Come scrivere poi questi benedetti racconti? Beh! che non si creda che debba impazzire alla ricerca d’un nuovo stile! E non credo d'essere capace di renderli così di valore da passare alla storia. Già è difficile dare una veste di favola o di racconto a battute che sembrano barzellette; accontentatevi quindi di come vengono. Ce la metterò tutta per scriverli nel miglior dei modi, tenendo presente che l'opera, oltre alla qualità, non debba tradire il minimo segno di rinuncia e di rilassatezza. Non voglio perdere punti come dicono i giovani d'oggi. Ecco, forse ho trovato! Li scriverò come fosse un diario. Può essere un'idea.
 A questo punto e per non annoiarvi oltre, non mi rimane altro che affidarmi al fato e prendere per vera l'“Art happens” di Whistler. L’arte capita, se poi non arriva, pazienza!