lunedì 28 ottobre 2013

CHIUSA NEL CESSO


 Tutta la compagnia: circa una trentina di persone, era stata invitata in una villa della Valpantena. Che cosa si festeggiasse o quale fosse il motivo della festa non lo saprei, come non saprei chi ringraziare per quell’invito.
 Arrivammo con il buio della notte. Vestito d’Arlecchino, l’autunno si presentava con freschi aliti che facevano volar le foglie e rabbrividire chi era ancora, come me, in maniche di camicia. Pizzicava il naso con l’odor di terra e, con spirito romantico, rivestiva di malinconia la vallata con bianchi veli di nebbia. Sotto un bel cielo stellato dove brillava anche la luna, i padroni di casa ci accolsero sulla soglia e, dopo un piccolo brindisi, c’invitarono a visitarla.
 Un vero obbrobrio! Arredata con tendaggi, quadri, mobili e suppellettili di cattivo gusto e in tale abbondanza da sembrare un magazzino. Potevano esserci anche pezzi di pregio, ma così ammassati e mal disposti erano orribili. Quella da letto, nonostante ai suoi piedi facesse bella mostra in stile Liberty una vasca per l’idromassaggio, era talmente cupa e così opprimente che avevo la sensazione di soffocare. Migliori erano quelle degli ospiti.
 Spaziosa come la villa e di tutt'altro respiro era la taverna dove si svolgeva la festa. Nel mezzo troneggiava un imponente camino circolare; alla sinistra, oltre a una piccola piscina, si accede in locali atti ai servizi e attrezzati per la sauna. Chiudeva la parete di fondo il mio regno: un piccolo bar.
 Già ci attendevano una ventina di ospiti in gran parte a noi sconosciuti. Rimboccate le maniche, passai tutta la serata dietro al banco del bar ad aiutare il padrone di casa a stappar bottiglie, servir caffè, a creare drink tropicali e cocktail micidiali. Che non si creda! a volte, erano intrugli che la gente, pur di bere, mandava giù senza fiatare. Con la stessa frequenza dei piatti che arrivavano dalla cucina di casa, giungevano a più riprese decine d'invitati alla volta. Gli uomini sbarbati e profumati, pur girando a vuoto, andavano a caccia di conquiste; scatenate nei balli, quasi tutte le femmine davano sfogo alla loro vanità.
 Era appena passata la mezzanotte quando venne da me una donna grassa e piccola che con fare sospettoso e subdolo mi sussurò all’orecchio:
 - Devi far ballare la padrona di casa, ha molta simpatia per te.
 Dopo tre o quattro balli con quel barilotto di vecchia che mi avvinghiava senza poter riconoscere se fossi a contatto con panza o tette, me ne tornai a servire al bar. Anche perché quella pasta di marito non meritava che gli si facesse un torto.
 Verso le due, durante una pausa per un brindisi, ci giunsero le invocazioni d’aiuto d’una donna ch’era rimasta chiusa in un cesso. In parecchi si precipitarono alla porta. La donna chiedeva di tener lontano il marito perché la innervosiva ancor di più.
Accompagnato da Toni Gussa e da Gianni Chitarra, arrivò al banco il marito, anch’egli mio amico da vecchia data, che smaniava e se la prendeva con la moglie per quel suo caratteraccio. Il proprietario di casa consegnò a Gianni  le chiavi di riserva per aprire i bagni, mentre di persona si recò nello sgabuzzino degli attrezzi alla ricerca di quelli adatti per forzare eventualmente la serratura.
 Padrone della situazione, stappai una bottiglia di champagne e versai a profusione da bere agli altri due, cercando di far cantare l’amico sulle virtù della moglie. Una ventina di minuti durarono le sue lagne, finché l’urlo liberatorio coprì la musica, e un caloroso applauso salutò l’ingresso della donna in sala.
 Merito del successo andava a Gianni che, con gran pazienza, era riuscito ad aprire senza danneggiare la porta, anche perché nella stanza dei servizi era stato l’unico ad essere voluto dalla signora. E lui, quando ritornò a consegnarmi le chiavi, mi soffiò:
 - Nel cesso, non era sola.
 E mi lasciò a bocca aperta, portandosi via il bicchiere d’un altro.
 Senza altri intoppi, tra balli, canti, brindisi, e barzellette la serata proseguì fino all’alba. Per via dela discrezione di Gianni, parecchi sguardi erano puntati sulla donna per capirne il favorito.
 Due giorni dopo, come dimostrazione che le ciacole(1) girano, al bar circolava già il nome del fedifrago. La verità, ammesso che la verità avesse solo la voce di Gianni, saltò fuori comunque dopo una settimana, quando quest’ultimo si confessò davanti a me e a Toni.
 Eccovi il suo laconico racconto:
  - Volevo rinfrescarmi la faccia con un po’ d’acqua fresca, ero entrato ai servizi e mi trovavo davanti al grande specchio dei lavabi, quando mi parve che da uno dei box dei cessi uscissero dei lamenti. Sembrava che qualcuno piangesse o stesse male. D’ora in poi, me ne guarderò bene di aprire la porta d’un gabinetto senza prima bussare o chiederne il permesso. La porta era socchiusa e ingenuamente l’aprii. Che spettacolo! La donna sgranò gli occhi e spaventata mormorò:  - O Dio!
  Marco, il marito della professoressa che folleggiava in sala, gridò: - Va via! – e girò la chiave con tale violenza che la ruppe dentro … Ah, già! Ma questo a voi non interessa. Voi volete sapere come si presentarono, e in quale gioco d’amore fossero impegnati? E' piuttosto facile da descrivere: lei era piegata e appoggiava le mani alla parete di destra, mentre lui le faceva il servizio da dietro. La montava come fanno gli animali: in quella posizione detta pecorina.(2) 
 Beh, che c'è? Per brindare, tutti i motivi sono buoni e, quella volta, si brindò alla salute di tutte le donne generose che riescono con furbizia a far felice più d'uno.  

 

(1)    Chiacchiere.
(2)    Il  modo di fornicare della maggior parte degli animali, pecore comprese, da cui il nome.

 

lunedì 21 ottobre 2013

ROSA


  Ah, non ci sono più le donne di servizio d'una volta!
 O la nostra famiglia è stata sfortunata oppure quelle del giorno d'oggi, secondo mia moglie, se non sono controllate a vista, oltre a far poco o nulla, rubano.
 E' inutile ora far un triste elenco degli oggetti e dei soldi che sono mancati. D'altronde, abitavamo in un appartamento grande, con tre figli che andavano a scuola, mentre io e mia moglie eravamo impegnati nei rispettivi negozi, quindi non potevamo seguirle o far da guardia. Tuttavia, lasciatemi raccontare ciò che ha rubato l’ultima donna che abbiamo avuto. Non saprei se c'è da ridere o da piangere. Ditemelo voi!
 Essendo in cinque a tavola, andavo con Teresa a comprare la parte posteriore d’un quarto di manzo da Armido a Brognoligo, una frazione di Monteforte d’Alpone. Il macellaio tagliava la bestia a pezzi e li metteva in appositi sacchetti adatti per il freezer. Mia moglie s’accorse che la carne diminuiva più di quanto se ne consumasse. Nonostante non fosse il momento più adatto, visto che nel freezer era rimasto ben poco, prese nota del numero dei sacchetti rimasti con la Gelmina, nostra fedele stiratrice da più di vent’anni. Ebbene, il giorno dopo che la donna era venuta in casa, s’erano volatilizzati due sacchetti di ossi da brodo. Roba da non credere: un paio di sacchetti di ossi! Qualunque commento è superfluo, anche se qualcuno può pensare: “Poverina, non la pagavano e l’avevano ridotta alla fame”. V'assicuro che non eravamo ancora precipitati nei tempi poco felici del giorno d’oggi. Ma veniamo alla nostra Rosa, l’unica che non rubava, anche se in compenso beveva, e di tutto beveva.  
 Per fortuna, ce l’aveva consigliata il prete della nostra parrocchia. Meglio di così! si doveva per forza andare sul sicuro. L’aveva presentata come una donna di casa, abbandonata dal marito e bisognosa d’aiuto. Scacciata dal marito di sicuro, ma che avesse bisogno d’aiuto c’era da dubitarne, essendo la ex moglie di un facoltoso e ricchissimo viticoltore della nostra Valpolicella che le doveva un milione di lire al mese, anche se questo spesso non veniva onorato.
 Ma perché ora dovrei scrivere ch’era troppo buona o generosa, quando non era affatto vero? Quello che c’è da dire, lo si deve dire. Non dava valore al denaro. E non mi si venga a dire che questa è bontà, visto che l'estrema bontà come la saggezza hanno la stessa faccia della stupidità.
 Sul metro e settanta, sotto i cinquant’anni, magra, d’una magrezza quasi da anoressica, piatta e senza culo, capelli castano scuri e che avevano visto raramente la mano del parrucchiere, sempre in jeans e camicetta o in maglione a seconda delle stagioni … Ho capito: volete sapere com’era di viso? Beh! Quando era libero da ematomi per le percosse che spesso prendeva, oppure non era alterato dalle sbronze perenni che si portava dietro, poteva essere anche passabile. La puzza di vino però non l’abbandonava mai, anche se qualche volta poteva averne bevuto solo qualche goccio.
 Mia moglie, oltre all’usta che lasciava dietro di sé, s’accorse ben presto di tanti piccoli difetti, e per un po’ di tempo pazientò. Un giorno, giunta al limite della sopportazione, si confidò. Mi raccontò che in casa faceva ben poco, che mancava il vino e che la vetrinetta degli alcolici si svuotava. Che fare? Commisi l'errore di prenderla nel mio negozio come donna delle pulizie, pensando che almeno in quelle poche ore non avrebbe potuto bere.
 Quando in bottega entrava qualche cliente, per evitare tristi figure le ordinavo di andare a pulire il cesso, oppure nel sottonegozio che fungeva da magazzino e laboratorio. A volte, era talmente piena che non credo se ne rendesse conto del motivo per cui l'allontanavo. Veniva tre volte alla settimana per un paio d’ore, ma erano più le volte che rimaneva a casa. Ammalata? Macché! …  Scivolava, e con l’occhio sinistro andava sempre a sbattere contro gli spigoli del frigo o contro le ante della cucina, a sentir lei.
 Una mattina, un po’ prima delle dieci, spuntò dal sottonegozio e barcollando s’appoggiò a una vetrinetta. Smorta come un cadavere, con due calamari viola sotto occhi spenti e stralunati, con la lingua impastata borbottò:
 - Sto male!
 - Lo vedo e ti credo: sei ubriaca!... Va’ pure a casa!
 Un paio di settimane dopo mi chiese come mai la tenessi ancora.
 - E se ti mando via io, chi è che ti prende? – le risposi.
 - È per controllarmi, che mi ha tolto da casa sua?
 - Vedi un po’ tu!
  E non seppe trattenere un paio di lacrimoni.
 Quando al mattino spolveravamo il negozio, svuotava il sacco e mi riempiva dei suoi guai. Mi raccontava delle figlie, dei sacrifici, dell’aiuto che aveva dato per far crescere l’azienda di famiglia, e  anche delle botte che aveva preso dall’ex marito e da tutti gli altri uomini che ebbe dopo. Era stata più volte dai Carabinieri a cantar qualcosa, senza però concludere mai nulla; anzi, la consigliavano di ritirare le denunce.
 S’era affezionata e si fidava a tal punto che, una volta, voleva che le custodissi venti milioni di lire che provenivano dalla vendita d’un appartamento ch’era stato di sua madre. Le dissi che non potevo farlo, che per la Finanza non potevo giustificare quella somma anche se le avessi firmato una carta come ricevuta che, a dir il vero, lei poi non pretendeva. Era così ingenua da fidarsi di tutti. Le consigliai di portarli in banca, oppure di farsi fare un assegno circolare o un libretto a lei intestato, e di farne una fotocopia. Seguì il consiglio ringraziandomi qualche giorno dopo con una scatola di cioccolatini.
 Non solo s’era affezionata, credo che non le dispiacessi, visto che dopo una settimana che aveva scacciato il moroso (non posso scrivere compagno o amante perché lei lo chiamava moroso), in un momento d’affetto mi stampò sul collo un bacio che aveva il sapore d’un invito. Fortuna volle che feci finta di niente.
 Non so cosa raccontasse a casa, ma un giorno mi piovve in negozio quel troglodita del suo moroso che, morso dalla gelosia, dopo avermi fatto una scenata, minacciò me e la mia famiglia. Di conseguenza, le spiegai che non potevo  tenerla oltre, e a malincuore la lasciai a casa.
 Di quella donna, magra come un chiodo, non bella, pregna di vino, sensuale nonostante non possedesse nulla di attraente, e che aveva fatto ingelosire tutti gli uomini che aveva amato, ne ho un ricordo triste. Solo una volta ho riso con lei. E val la pena che ve lo racconti.
 Dopo una settimana di assenza per malattia, arrivò in negozio con l’occhio e la guancia che portavano ancora i segni d’un incontro ravvicinato. Come saluto di benvenuta, mi sfuggì di chiederle:
 - Dime, Rosa! Ma cosa ghe feto ai to’ omeni che i te maca semper, invece de gusarte?(1)
Si mise una mano sulla bocca e incominciò a ridere, e a ridere così di gusto che, alla fine, risi anch’io.

 

  (1) Dimmi, Rosa! Ma cosa fai ai tuoi uomini che ti picchiano sempre, invece di fotterti?

 

 

 

lunedì 14 ottobre 2013

TONI GUSSA


  Toni è stato l’ultimo indimenticabile amico.
 Più vecchio di me d’un paio d’anni, privo della nobile pancetta che il bere e l'età procurano alla maggior parte di noi uomini, aveva un aspetto giovanile: non dimostrava la sua età o li portava bene, come si suol dire. Anche se sugli anni rubava più delle donne.
 Credo d’averlo mai visto sbracciato o con i capelli fuori posto. Sempre in giacca e cravatta, calzando scarpe che più lucide non si poteva. Vestiva alla vecchia, con toni grigi o blu. L’unico tocco un po’ moderno glielo davano i jeans. Mascherava le calvizie con capelli cotonati, laccati e riportati. Credetemi! C’era un lavoro di pettine e specchio non indifferente. Sul metro e settanta, capelli neri (i pochi rimasti), occhi scuri, carnagione olivastra, sempre sbarbato, naso camuso, labbra carnose,   voce afona, sembrava un terroncino(1) più che un padovano. D’altra parte, come poteva chiamarsi un padovano se non Toni?
 Ma Antonio non era il suo vero nome: per l’anagrafe era  Egidio, mentre la moglie lo chiamava Maurizio, e chissà quanti altri nomi aveva dato in giro. Per noi amici e per il grande pubblico, era comunque Toni: Toni Gussa.(2) Eh, sì! Si vantava di saper fare all’amore. Raccontava che le sue stecche(3) duravano dalle tre alle quattro ore. E noi, da buoni amici, gli rispondevamo che se ne avesse fatte un paio, la femmina, dopo tanta goduria o tanto lavoro, doveva chiedere un giorno di riposo. Esagerava forse, ma qualcosa di vero ci doveva pur essere per il successo che otteneva.
 Visto che l’ho frequentato per tanto tempo, a malincuore devo ammettere che per lui le donne erano tutte uguali. Giovani o vecchie, magre o grasse, belle o brutte: tutte uguali. Lo ripeto: non ne percepiva la differenza. Erano donne. E teneva lo stesso atteggiamento con tutte, senza distinzione. Oltre ai modi gentili, le contornava di complimenti e, come ultimo atto, le invitava a bere qualcosa. Se rifiutavano, aveva sempre pronto dei cioccolatini da offrire quando non aveva a portata di mano un fiorista. Un’adulazione considerata dalle più sofisticate untuosa, ma non così ripugnante, anche perché alcune ci cascavano.
 Spesso, non si rendeva conto d'essere un nonno, e m’irritava quando non capiva che alcune erano troppo giovani. A volte, il loro imbarazzo o le loro risposte avrebbero fatto vergognare chiunque, mentre lui quei rimbrotti li inghiottiva come se nulla fosse. Non capiva, o se capiva, faceva finta di niente.
 Altra passione di Toni era la musica. Sapeva strimpellare un po’ il pianoforte e voleva cantare a tutti costi senza avere una gran voce. Abbastanza intonato, anche se spesso non ricordava tutte le parole delle canzonette, a bassa voce si riduceva a imitare Fred Bongusto, accontentandosi di qualche applauso da parte di chi non lo conosceva, e dei fischi e delle ingiurie di noi che non lo volevano sentire.
 Ma veniamo al giorno che appresi d'una sua avventura galante senza che lui m’avesse confidato alcun che.
 Una sera, andando a cena con Loriano e con il suo amico architetto che guidava l’automobile, all’altezza di Porta Vescovo vidi Toni e, battendo sul finestrino, cercai di richiamarne l’attenzione. L’architetto mi chiese chi volessi salutare e io risposi:
 - Toni Gussa.
 - È un nome che ho già sentito.
 - Per forza: è il più grande seduttore della zona,- con enfasi.
 E l’architetto: - Se è quello che dico io è un gran delinquente.
 - Come un delinquente?... Toni è bravissima persona che lavora da Mondadori.
 - Scusa: ma non è un vecchio galante che offre alle donne fiori e cioccolatini, e che, oltre a lavorare da Mondadori, fa anche l’istruttore di guida presso l’autoscuola di Via XX Settembre?
 - Sì, è lui!
 - Allora, è quel farabutto che ha diviso una coppia di miei amici.
 E subito dopo si mise a raccontarne la storia.
 - Ho una coppia di amici carissimi con due bellissimi bambini. La moglie, di trentatré o trentaquattro anni, andava alle lezioni di guida, di sera e dopo cena, da questo Toni. Il marito, insospettito dagli orari e dai comportamenti della moglie, una notte la seguì e la trovò sul fatto. Il giorno dopo, la donna lasciò il marito portandosi dietro i figli. L'uomo, dopo aver pregato e scongiurato inutilmente per giorni e giorni la moglie, preso dalla disperazione si recò a casa di questo sessantenne. Trovò la moglie che inviperita gli rispose:
 - De quele robe lì ghe n’ho fin sora i cavei, el se rivolga a lù. (4)
 Alla fine chiesi se la donna fosse bella. E l’architetto dopo una smorfia:
 - Insomma! Non è da buttar via, anche perché è molto più giovane di lui.
 Un paio di giorni dopo, stavo sorseggiando un bianco con Toni, quando punto dalla curiosità:
- Senti  un po’, delinquente che non sei altro! Per fortuna, affermi sempre che le donne che lasci, dopo qualche mese trovano chi le porta all’altare. Ma come la mettiamo con la signora …? - facendone il  nome.
 Non avevo ancor smesso di parlare che ero già pentito di avergliele dette. A uno poi che bastava dirgli di rimanersene zitto, che non fiatava, di non cantare che cantava e che, se gli chiedevi un piacere, non sapeva dir di no.
 S’accese un lampo nei suoi occhi, sbiancò e imbarazzatissimo:
 - Ha un uomo stupido che sessualmente non sa soddisfare le esigenze della sua donna e capirne le attenzioni che pretende. - e, in un'impennata d'orgoglio, aggiunse - Sai com'è, quando mi assaggiano, non mi abbandonano più.
 Come si fa a non voler bene a uno così, e che, per giunta, lo chiamano anche Gussa?



(1)    Piccolo uomo del Sud.
(2)    Che fornica.
(3)    Rapporti sessuali.
(4)    Di quelle cose lì ne ho fin sopra i capelli, si rivolga a lui.


giovedì 3 ottobre 2013

MAGO SABINO E RUCHETON


 
 Per cortesia: qualcuno dei miei lettori sa dirmi qualche informazione sul  gioco chiamato Mago Sabino e Rucheton?
Mi sto rivolgendo ai Cremonesi della mia età su un gioco erotico che si svolgeva sugli spiaggioni (1) del Po verso la metà degli anni Cinquanta. Se non trovassi notizie adeguate dovrò ricercare negli annali dei processi di quel periodo per il fatto che l’episodio, a cui mi riferisco, finì in tribunale. Ma veniamo al dunque. 
 A Cremona, se si esclude una famosa fornaia che, parlando del figlio, lo elogiasse raccontando ch'era un noto pederasta al posto di podista, gli omosessuali venivano chiamati culattoni. Di sicuro un nome spregiativo se non addirittura offensivo, e non solo al giorno d’oggi. Qualcuno non me ne voglia se ho riesumato un termine odioso, ma la storia è quella che è stata, e non la si può cambiare perché è scomoda. 
 A quei tempi, i pochi omosessuali che si manifestavano per tali venivano indicati a dito, derisi, se non addirittura picchiati. Il più noto di tutti e che ostentava apertamente la sua  omosessualità era un bell’uomo, e che chiameremo mister A.
 Avevo come amico uno spilungone che, quando lo vedeva passare per strada, non era contento se non l'istigava: lo richiamava con un fischio e poi gli gridava dietro: - Culaton! -(2)
 Subito dopo, voltava la faccia dall'altra parte facendo finta di niente; mentre l’altro, con moine tutte femminili, da lontano lo riprendeva gridando che era un maleducato e un villanzone. Parole a vuoto; considerando che le offese si ripetevano ogni volta che s’incrociavano.
 Un bel giorno, avvenne che in una pasticceria di Corso Garibaldi, questo Mister A fosse seduto a un tavolo con un altro omosessuale, forse un amante oppure un concorrente. Ora però, non saprei dirvi se fosse una questione di gelosia o di soldi, sta di fatto che vennero alle mani. Bicchieri e tazzine volarono per il locale. I due a terra che si menavano quando uno prese l’altro per i capelli e lo morsicò. Il nostro mister A ebbe la meglio: con un morso staccò un lobo dell'orecchio all’avversario e lo sputò.
 Non esistevano allora i pronto soccorso funzionanti come al giorno d'oggi, né chirurghi plastici che avrebbero potuto attaccarglielo anche qualche ora dopo. Di conseguenza, visto che la pasticceria non possedeva un gatto, il corpo del reato finì nella spazzatura.
 Più informato di me, era mio fratello che purtroppo non c’è più. Ricordo che ogni tanto si commentava quell’episodio e si rideva a non finire. 
 Al fattaccio diede ampio risalto il giornale locale con diverse pubblicazioni. Le chiacchiere e la fantasia popolare fecero poi il resto. Una morbosa curiosità s'impadronì della città e del circondario su un gioco praticato dai due protagonisti della zuffa. Dicevano che si svolgeva sulle rive del Po e che veniva chiamato Mago Sabino e Rucheton(3). Chi lo raccontava in un modo, chi lo raccontava in un altro; in ogni caso, si era escluso che il gioco fosse quello assai noto del "Trenino" oppure del "Bigin t'inculi".(4)
 Due erano le correnti di pensiero. Ciascuno difendeva con pesanti considerazioni e con rozze volgarità le proprie idee. Se ne discuteva nelle osterie, nei bar, in ufficio, nei negozi, perfino in casa, senza però che nessuno mettesse la mano sul fuoco su ciò che giurava.
 Commenti e pettegolezzi ripresero all'avvicinarsi delle prime udienze con la virulenza d'una malattia endemica. La notorietà dell’imputato, ma più di tutto l’argomento e le battute piccanti e spiritose che potevano saltar fuori richiamarono un pubblico numerosissimo. E l'ultimo giorno destinato alle arringhe non era da perdersi. L'aula del tribunale era talmente gremita che la maggior parte delle gente s'era assiepata nei corridoi, accontentandosi di seguire il dibattito attraverso i microfoni. Ci vollero parecchi carabinieri per tener a freno un pubblico maschile ridanciano, variopinto, d'ogni ceto, arrivato anzi tempo.
 In quella vicenda, venne a galla che un gruppetto di questi omosessuali era solito fare certi giochi erotici e licenziosi sugli spiaggioni del Po. Forse un nesso o un qualche legame ci doveva pur essere tra questo gioco e la lite, per il semplice fatto che l’avvocato difensore della parte lesa, ad alta voce, con estrema chiarezza e insistenza chiese al nostro mister A:
 - Imputato, vuole per cortesia spiegare alla Corte cosa intende per giocare sugli spiaggioni del Po a Mago Sabino e a Rucheton?
 - Avucat! El la sa anca lu cosa vol dir giogar a Mago Sabino e a Rucheton.(5)
 - Posso anche saperlo, ma vorrei che lei spiegasse alla Corte in cosa consiste il gioco.
 - Avucat! El fasa mia tant el furbo!(6)
 - Senta! Se lei allude a qualcos’altro può darsi che abbia ragione; lei però deve spiegare alla Corte in cosa consiste questo gioco.- e dopo un attimo di sospensione, fattosi paonazzo - E tenga presente che io, del mio culo, posso farne anche un garage.
  E l’aula, per ordine del giudice, fu sgombrata. 
 

 
 (1) Spiaggioni sono lunghe spiagge di sabbia
 (2) Culattone.
(3) Rucheton, per quel che ne so, non ha un significato o una provenienza sicura. Probabilmente si riferisce al rocchetto dove si avvolge il filo.
 (4) Luigi, te lo metto in culo.
 (5) Avvocato! Lei sa cosa vuol dire giocare a...
 (6) Avvocato! Non faccia tanto il furbo!







sabato 28 settembre 2013

UN CRETINO


 

 Nei balli, mi scateno e ricevo pure applausi, non perché sono un fanatico seguace di Tersicore, ma perché mi diverto un mondo a fare il buffone, nonostante resistenza e scioltezza non siano più quelle d’una volta.
 Le due ultime occasioni le ho avute ai matrimoni dei miei figli. Soprattutto a quello di Nicola e Caterina, dove mi capitò un episodio davvero singolare.
 Il primo ballo lo feci per dovere con la donna più brutta e più vecchia, quella che di solito non la fa mai danzare nessuno. Ballai poi con tante, tra cui Caterina, mia moglie e Giada: una simpaticissima nipotina di mia moglie. Anche se dopo qualche ballo di fila dovevo riprendere fiato, quella volta non mi arresi se non alla fine.
 Durante una pausa m’intrattenni con un amico dei miei figli: un single che, da quello che mi ha lasciato intuire e da ciò che successe poi, aveva e avrà tutte le buone intenzioni di praticare l'onanismo per tutta la vita. Mi stavo informando sul suo lavoro quando m’accorsi che una bella bionda guardava con insistenza verso di noi. Chiesi allora a Carlo:
 - La conosci? - indicandogliela.
 Mi rispose che non gli sembrava.
 Dopo cinque minuti, gli feci notare che sempre la stessa ragazza lampeggiava con insistenza, e se non era il caso di rispondere e richiamarne l'attenzione con qualche breve cenno di cortesia. Carlo mi fece notare che era circondata da altri tre ragazzi. Risposi che non era interessata a loro avendo occhi solo per noi. Allora gli proposi di andare a invitarla per un ballo. Ma lui temeva in un rifiuto. Beh, non aveva tutti i torti! A volte le donne ci solleticano per poi umiliarci con un rifiuto. In ogni caso, è sempre meglio tentare, se non si vogliono aver rimorsi.
 Fui richiesto per un ballo da mia cognata, e allora lo lasciai in balia delle sue incertezze. Dopo qualche ballo, come scesi dalla pista, Carlo mi venne incontro e mi indicò che la ragazza stava ballando. Notai che, grazie ai tacchi alti, aveva una siluette degna di nota, che ondeggiava e sculettava con la sensualità d'una spogliarellista. Doveva essere una di quelle donne che posano sempre, e che son piene di se stesse. Lo si intuiva dalle movenze e da come assestava i capelli che danzando le scendevano sul volto. Era impegnata in uno di quei balli dove ciascuno viaggia per conto proprio. Consigliai a Carlo di intromettersi portando con sé la mia nipotina, rifiutò, temendo che lei si accorgesse del pretesto. Lo fissai negli occhi e capii che anche se avesse bevuto una pozione del mio prodigioso "brodo di volpe" non l'avrei migliorato. Non sapevo come togliergli quell'aria da addormentato. Ma che razza di zuccone m’era capitato? Non ressi, e allora sbottai:
 - Senti un po’: sappi che le donne, oltre al loro ciclo mensile, vanno in calore. In fin dei conti, l’uomo è una bestia: ha fame, ha sete, fa i suoi bisogni e ha le stesse esigenze sessuali degli animali. Anzi, forse di più. Il maschio deve stare al richiamo della femmina, e non è che, quando gli tira, possa trovare da sfogarsi, si fa avanti, può fare delle avances e far intuire le proprie intenzioni, mentre le donne se il giorno prima erano d’accordo, il giorno dopo non lo sono più. Ora vado a bermi qualcosa, tu però,datti da fare!
 Ritornai dopo dieci minuti nei pressi della pista, Carlo mi venne in contro e amareggiato:
 - È andata via con uno.
 - Ahi, ahi! caro ragazzo, allora sei messo proprio male! Con le donne non ci vogliono tentennamenti. Quella era arrivata qui sola, non s’era portata dietro dei mosconi, perciò dovevi osare, visto che ti aveva lampeggiato con insistenza. Ti racconto un'arguzia sentita a teatro e recitata da giovani attori, non so se fosse una loro creazione o di qualcun altro; in ogni caso dovrebbe insegnarti qualcosa sulle donne:
- Sai qual è la differenza tra una briciola di pane che cade a terra e la verginità?
 - No!... Non saprei.
 - Bravo! Infatti non c'è!... In entrambi i casi, il primo uccello che passa se la prende e se la porta via. Considera inoltre che non sei così irresistibile che le donne debbano arrivare a offrirsi ... E adesso dimmi dove sono andati?
 - Sono andati al parcheggio e forse sono saliti in macchina.
 - Allora per te è finita.
 - Signor Monti, mi farebbe un favore? Lei andrebbe a vedere cosa fanno?
 - Cosa?... Ma vuoi che faccia il guardone?
 - Io non posso farlo, perché se la ragazza mi vedesse, sarei finito.
 - Arrivarci qualche minuto prima, no vero?... Ma non hai qualche amico da dargli questo incarico?
 - No!...e poi nessuno conosce quella ragazza. C’è solo lei che mi può aiutare.
Stavo già maledicendo il momento in cui m’ero fermato con quell’allocco dall'aria addormentata, quando lui mi mise in mano le chiavi della sua macchina e invocando aiuto:
 - Il ragazzo, con cui è andata via, è arrivato insieme a me e ha parcheggiato la sua Citroen grigia accanto alla mia BMW blu. Si trovano entrambe in prima fila, sul viale a destra dopo una decina di macchine. Sul sedile posteriore c’è una busta, me la porti. Lo consideri come un pretesto per dare uno sguardo dentro alla Citroen, se le riesce di vedere come vanno le cose.
Dopo qualche attimo d’esitazione:
 - Va be’! Ci vado perché non mi sono mai rifiutato di fare un favore a chi mi chiede aiuto. Se tu avessi lo stesso coraggio con le donne come l'hai con me, nonostante tu non sia una meraviglia d'uomo, saresti uno sciupa femmine coi fiocchi.
 Prima ancora d’arrivare al parcheggio ero già pentito. Allentando il passo e con qualche ripensamento arrivai sul luogo. Individuate le auto, pian pianino, cercando di non far rumore su quello schifoso ghiaiato, m'avvicinai. Avevano i finestrini aperti; il ragazzo teneva gli occhi chiusi in un’espressione goduriosa, lei gli era sopra. Mi bastò quell’attimo, e come un ladro m’impossessai di quella lettera.
 Carlo m’aspettava all’inizio del viale, gli consegnai la lettera e con rabbia gli misi in mano le sue chiavi. Mi corse dietro, e ansimando:
 - E non mi dice niente?
 - Cosa vuoi che ti dica?
 - Mi dica qualcosa?
Non volendo umiliarlo più di tanto, me la cavai con un:
 - Se tu m'avessi ascoltato, le cose avrebbero preso una piega diversa. Svegliati, mio caro! Altrimenti nella vita soffrirai la fame.


       (1) Masturbazioni.

giovedì 26 settembre 2013

LA PELLICCIA


 Nell’Odissea, Omero dice che Giove ha dato le sventure agli uomini affinché abbiano di che cantare. 
 A me basta poco: uno sguardo compiacente, un sorriso, tre parole, un pettegolezzo per poter mettere giù qualcosa. Non sarà un canto, ma neppure una lagna. A che serve scrivere delle disgrazie quando ogni giorno ne arrivano a vagoni?
 Dopo il racconto fattomi dal commesso della pellicceria è come se avessi vinto cinquanta euro al gratta e vinci o se avessi bevuto al bar un paio di calici di champagne. E se poi questa storia mi riesce di metterla in modo decente sulle pagine bianche, volo allora tra le nuvole, e la sua storia diventa la mia: è come se l’avessi vissuta io.
 Di primo pomeriggio e alla fine degli anni Settanta, avevo in negozio Alberto: un quarantenne,  alto, atletico, dai modi gentili e dal soldo facile. Era venuto a ritirare un occhiale da sole a cui avevo sostituito una lente quando entrò Gigi, un mingherlino insignificante in divisa da commesso e che lavorava nella più nota pellicceria della città. I due si salutarono: Gigi con un’aria deferente, l’altro con quel distacco con cui si tiene lontano un seccatore.
 Come Alberto uscì dal negozio, spinto dalla curiosità Gigi mi chiese:
 - Ma lo conosci?
 - Posso dire solo come cliente.
 - Ma lo conosci bene?
 - Come cliente so che è un uomo brillante, che non gli manca il soldo; ma non so cosa faccia di preciso.
 - Allora, te lo racconto io.
 - Scusa: prima di dirmi qualcosa, spiegami perché come ti ha visto s'è irrigidito e ha tenuto un atteggiamento così freddo e distaccato nei tuoi confronti.
 - Credo che stia sulle sue. Forse non vuol rispondere a qualche domanda indiscreta o ricevere complimenti. Non saprei come spiegartelo.
 Costretto a prestare ascolto, pensavo alla pappa che dovevo sorbirmi, quando:
 - Di sabato pomeriggio d’un paio d’anni fa, questo signore entrò in negozio da noi accompagnato da una gran bella donna. Era appena finita la stagione lirica nella nostra Arena. Mi trovavo nel sottonegozio che usiamo come magazzino e laboratorio; stavo preparando le pellicce da spedire ai turisti stranieri quando venni chiamato dai miei titolari ai piani superiori. Nell’atelier dietro al negozio, trovai questa coppia che stava provando un paio di pellicce che sembravano che fossero state disegnate apposta per quella femmina. Mi chiesero se si potevano accorciare. La donna, sui trent’anni, dagli occhi di fuoco e dalla carnagione mediterranea, oltre a essere una bella mora aveva un corpo da modella.
 Mi spiace sempre tagliare le pelli, per di più, entrambi i capi le stavano a pennello. Risposi che avrebbero fatto sempre a tempo ad accorciarle e che, se fossi stato in loro, me le sarei prese così com’erano. L’uomo asseriva che se le avessi accorciate d’una spanna avrei ridotto l’importanza del capo, sarebbero state meno eleganti e più facili da portare tutti i giorni. Appuntando degli spilli accorciai le pellicce; e la donna le indossò un’altra volta. Non erano più le stesse, perdevano in gran parte linea ed eleganza. L’uomo ammise ch’era meglio non ritoccarle. Mi chiese poi quale fosse la mia preferita. Risposi che avrei scelto la più chiara, non solo per il taglio più leggero e moderno, ma perché dava più luce al viso della signora. Furono gentilissimi, mi ringraziarono entrambi. La donna, nello stringermi la mano, come emozione mi trasmise la sua gioia. Ritornato in laboratorio, mi giungevano le trattative e le modalità di pagamento. Appresi dal proprietario che l’uomo aveva tirato sul prezzo, che aveva lasciato due assegni da nove milioni ciascuno su due conti correnti diversi, e che aveva voluto il numero di telefono per dare la conferma, di lunedì mattina, se la banca gli avesse dato il nullaosta. Al pomeriggio sarebbe passato poi a ritirarla. In negozio eravamo al settimo cielo.
 Nelle prime ore di lunedì pomeriggio, l’uomo entrò in negozio: era solo. In bottega gh'era pien de vudo, (1)( come siam soliti dire noi commercianti veronesi). L'uomo si fece consegnare gli assegni con la scusa di poterli controllare, e davanti a tutti, con freddezza li ridusse in tanti coriandoli.
 - Ma come?
- Lasciami finire! I due assegni erano validi. Confessò che gli erano serviti per passare una meravigliosa e indimenticabile notte. Si scusò per il disturbo, consegnando alla moglie del titolare una busta come ringraziamento. Che non doveva essere solo una mancetta, visto che la signora non s'è mai lamentata.
 Come tocco finale, aggiunse:
  - No, no! ... Non aveva segni in faccia. Questo tuo cliente sarà anche un uomo brillante ma, per me, è un gran figlio di brava donna.


       (1)    C'era pieno di vuoto

giovedì 12 settembre 2013

DINO


  Dino è stato il mio primo e unico amico d’infanzia.
 Se escludo alcuni mesi per adempiere ai miei impegni scolastici, sono cresciuto fino all'età di otto anni a Bosco Piazza, una frazione di Torricella Del Pizzo in provincia di Cremona. Una lingua di terra compresa tra il fiume Po e i suoi argini maestri. Terra sabbiosa e al tempo stesso fertile, ricca di prati, di campi di grano, di boschi di pioppi, e dove l'insistente monotono frinire delle cicale e il richiamo del cuculo rendevano ancor più noiose e insopportabili le calde ore estive.
 Allevato dai nonni e dagli zii in tempo di guerra, oltre a sollevare dalle fatiche mia madre impegnata nel lavoro e alla cura di mio fratello più piccolo, la campagna rappresentava il posto più sicuro di questo mondo. Questo era quello che credevano i miei, ignari dei pericoli che passavo frequentando Dino, visto che con lui ero sempre in guerra.
 In quel gruppo di case che formavano il Bosco c’era anche Mario che aveva la nostra età. Nonostante si giocasse anche con lui, i miei pensieri, le mie preoccupazioni, il mio cuore avevano un nome solo: Dino.
 Ero attaccato a lui come la lappola dei fossi. E non c'era una spiegazione perché questo avvenisse. Forse era il suo modo d'insegnarmi i segreti della campagna, oppure quello ruffiano di farsi perdonare solo con gli sguardi, proprio non lo saprei. Scusate se mi ripeto: aveva di bello quel  modo tutto suo di farsi perdonare.
 Ambedue biondi con la candela al naso, stessa altezza, anche se lui più vecchio quasi d'un anno, formavamo una coppia indissolubile. Nella bella stagione, in braghette e corpetto sbracciato, con la fionda che spuntava da dietro il taschino, a piedi nudi e sporchi come selvaggi si batteva la campagna in lungo e in largo. Perfino per fratelli ci scambiavano.
 Dino si accompagnava al suo Checco: una cornacchia ammaestrata a cui avevano tarpate le ali; io al mio bastone che mi serviva sia per andar a pascolare le oche di nonna e di zia Teresa che per difendermi da lui. Eh, sì! Dovevo tenerlo ben lontano perché di tanto in tanto ci si azzuffava, e purtroppo lui aveva sempre la meglio.
 Mentre rimanevo in città, lui non si staccava dalla campagna, e ogni volta che ritornavo mi aggiornava. Non solo, mi costringeva a seguirlo nelle sue imprese, se non obbedivo ai suoi ordini, diventava aggressivo, violento, e me le suonava. Mi considerava un po' come il suo servo, se non addirittura il suo schiavo.
 Si scavalcavano le siepi e si faceva man bassa negli orti dei vicini. Ci si arrampicava sugli alberi per arrivare ai nidi, a volte, erano piante altissime, e per due soldi di cacio come noi, erano talmente alte che, nello scendere, oltre al terrore, ero preso anche dalle vertigini. Quel che si faceva a quei poveri animali che ci capitavano tra le grinfie non è da raccontare. Ricordo che si scorazzava per la campagna in mezzo ai prati, nei boschi, sugli argini, sulle rive degli stagni e del fiume, strappando rosolacci, spiaccicando insetti e sguazzando nei fossi. Sempre fuori di casa e liberi come uccelli. Le prede si dividevano senza bisticciare; fatta eccezione il giorno che catturammo insieme un leprotto. Visto che non lo si poteva portare a giudizio di Re Salomone, senza darmi spiegazioni, se lo tenne. In lui conviveva generosità ed egoismo, e bastava poco perché passasse dall'amore all'odio. A giorni era così cattivo che anche le api lo sfuggivano: era l'unico tra noi ragazzini che s'avvicinava alle arnie.
 Eppure, di lui ricordo i fischi di quando richiamava la sua cornacchia, l'odore del suo sudore, le croste delle sue sbucciature, i calli delle sue mani, l'abilità nell'usare il temperino, d'infilare un lombrico nell'amo e nel riconoscere dalle uova il tipo d'uccello. Quanti rimpianti e quanta nostalgia dei profumi e dei sapori della terra dei miei nonni! E che dire delle nostre imprese? E di quel giorno?
 Di mattina, entrammo nella stalla di mio zio Gino per vedere il vitellino nato da una settimana. Non c’era nessuno, neppure Tacheli, il mezzadro dello zio. Come l’animale ci vide o ci sentì, sebbene fosse impastoiato, s'alzò dalla sua cuccia di paglia, felice di vederci. Aveva il pelo macchiato di marrone, due occhioni colmi di stupore e un musetto, nonostante fosse bagnato di muco, talmente delizioso e piacevole da attirare baci e carezze.
 Un paio di volte mamma mucca si voltò verso di noi richiamando il vitellino con dei muggiti, forse per avvisarlo che sarebbe caduto in mano a due monelli. Dopo averlo coccolato e accarezzato con dolcezza sul muso e sulla groppa, quella bestia del mio amico si slacciò i calzoncini e gli strofinò sul muso il suo pistolino(1). Chiamatela cattiva abitudine o brutto vizio, ma lui quell'arnese l'aveva sempre in mano. Ma non pensate male! Lo fece senza malizia. Non avevamo ancora l’età per immaginare ciò che le nostre ragazze ci avrebbero fatto nell’età adulta. Lo fece così, tanto per scherzare.
 Il vitello gli diede una linguata, Dino rideva divertito e glielo appoggiò sul muso una seconda volta. Il vitello che aveva mancato la preda la prima volta, prima di riprovare ad agguantarglielo, gli diede una testata in avanti come quando succhiava il latte dalla mammella di sua madre. Dino finì a terra. E allora fui io a ridere.
 Come si riebbe, crucciato e in tono di comando:
 - Adesso, lo devi fare anche tu.
 - Cos’è che devo fare?
 - Devi darglielo da leccare.
 - Ma neanche per sogno!
 - Ti manca forse il coraggio?
 - Non son mica scemo! Non vedi che t’ha dato una testata come dà alla tetta di sua madre prima di prenderne il capezzolo?
 - Ma che razza d’amico sei allora?
 - Uno che non vuol perdere il proprio pistolino(1).
 - Sbrigati! Lo devi fare anche tu,- avvicinandosi con fare minaccioso.
Il mio bastone quel giorno era alto quanto me ed era grosso come la metà d’un manico da scopa. Cercò di strapparmelo, lo respinsi e lo minacciai. Quella bestia non aveva paura neanche del diavolo. Fece qualche passo avanti, e allora alzai in alto il bastone. Mentre cercava ancora di assalirmi, gli sferrai una botta dall’alto in basso. Lo colpii alla spalla, avendo piegato in tempo il capo per evitare il colpo. Che fosse sbilanciato o scivolato non lo saprei, sta di fatto che per la seconda volta cadde a terra.
 Nel suo sguardo lampeggiarono sia l'odio che la vendetta. Stava per rialzarsi, quando lo minacciai:
- Se ti alzi, t’accoppo!
 E poi …  e poi me la diedi a gambe ancor più velocemente della volta che lui m’aveva rotto il mio schioppetto(2) e io avevo tramortito con una sassata il suo amato Checco.
Il giorno dopo, con accanto la sua fedele cornacchia, era davanti alle mie finestre come se niente fosse. Se non fosse venuto, sarei andato io da lui.




(1)    Pene di bambino.
(2)    Fucile da bambino.