giovedì 2 aprile 2015

PANE E CICCIA


  Ne combino di tutti i colori, invecchiando. Fra le tante, di venerdì notte verso le venti e trenta, salgo in macchina e vado a prestare il mio aiuto presso la Ronda Della Carità.
  Non chiedetemi perché mi son preso questo impegno. No! non sono obbligato. Lo faccio e basta.
 Come arrivo in sede, indosso i guanti igienici e mi metto con altri alla catena di montaggio per la preparazione di sacchetti da offrire ai clochard. Circa centotrenta in tutto. In ogni sacchetto mettiamo una bottiglia d’acqua e una di tè, un paio di panini, un frutto, dello yogurt, marmellata e, se ne abbiamo, anche qualche fetta di dolce.
 Prima delle ventidue, dopo che si sono fatte le divisioni per caricare il cibo sui tre furgoncini che ogni notte fanno il giro della città e della periferia, arrivano le taniche termiche con la pastasciutta e il minestrone. Quest'ultimo viene preparato e offerto dal marito della Graziella, mentre la pasta (pagata da noi) viene cotta e preparata dalla sezione degli Alpini di San Massimo. Si carica il tutto e si parte.
 Tre i furgoncini e tre i percorsi che si fanno per portare un piatto caldo e un sorriso a quelli che  dormono sotto le stelle. Questi tre percorsi vengono chiamati Rifugio Uno, Cimitero e Centro. 
 Ci s'ingroppa il cuore quando si da una mano alla miseria, e, a volte, basta un suo sguardo per
farcelo scoppiare. Oltre a questa felicità, non avete idea quanta gioia si prova di notte a girare per le strade deserte di Verona cantando e scrutando, se negli oscuri recessi, troviamo qualche povero disperato che ha fame. 
 Con maggior frequenza, vado  in giro con il Cimitero dove il capogruppo è il nostro Rino Allegro che, insieme al mio consuocero Corrado, mi hanno catturato e invogliato a partecipare a questa missione.
 Quando penso a ciò che sto facendo, mi pongo sempre la stessa domanda: “ Ma serve a qualcosa l’aiuto che portiamo a questa gente?” 
 Per gli ultracinquantenni lo si fa per farli sopravvivere. Hanno perso ormai la speranza di poter cambiare o migliorare; s’adagiano e impigriscono accettando con rassegnazione tutto ciò che arriva. Quelli dai trenta in su vivono chiedendo la carità agli angoli delle strade, davanti alle chiese e ai supermercati, facendo i posteggiatori o arrangiandosi con piccoli espedienti; tra questi, rari sono quelli che aspirano e ottengono qualche lavoro. I giovani purtroppo vivono solo di furti, di spaccio e sfruttamento della prostituzione. Pochi quelli che chiedono di lavorare. In gran parte, i nostri assistiti sono gente di colore, ed è una pena di giorno vederli frugare nei cassonetti.
 Siamo in tanti e non c'è lavoro per tutti. Noi Italiani sappiamo riceverli, ma non ce la facciamo ad assorbirli e a integrarli. Li salviamo solo da situazioni peggiori, visto che dalle loro parti la vita conta poco.
                                                                   C'è chi dice bene
                                                                   di questo mio impegno,
                                                                   c'è chi dice male
                                                                   e spreco il mio tempo.
                                                        Ma se allora sto a guardare,
                                                        non sfrutto il mio talento.
                                                        Riflettete per un momento,
                                                        e ditemi: - Cosa devo fare?                     
 Se ne può parlare e discutere per ore e ore senza venirne a capo di nulla. Oltre alle parole possiamo spendere solo qualche lacrima, anche perché loro di lacrime non ne hanno  più.
 Il mio compito, quando scendiamo dal furgone, è quello di servire l'olio oppure un po’ di sale e di peperoncino, da loro chiamato “il piccante”, sulla pasta o nel minestrone. Per simpatia, più d’uno mi chiama nonno o zio. Ricordo che una volta avevo un giovane rumeno che mi abbracciava e baciava, che mi gridava fin da lontano “papàaa”, facendo ridere tutti quanti. Però dovevo stare molto attento:  mentre mi abbracciava e mi sbavava in faccia con un alito da paura, il birichino con le mani sfiorava sempre il portafogli.
 Commoventi sono le gentilezze e la disponibilità di questi nostri volontari che di notte mi accompagnano in questa missione. E fin dall'inizio son rimasto turbato e scosso dagli occhi famelici di questi poveracci che s'avvicinano a noi silenziosi, con sospetto, curiosità e gratitudine. Ora ci ho fatto un po' il callo e soffro meno. Purtroppo, devo avere però un cuore debole perché sono inciampato in qualcosa che è più forte di me. Non mi ci voleva proprio! Facendo il giro del Cimitero mi sono affezionato a un ragazzino sui vent’anni. Si chiama Sofian ed è un marocchino.
 Magro, sotto il metro e ottanta, di pelle chiara per cui lo diresti piuttosto un nostro meridionale, anche perché parla molto bene l’Italiano. Porta gli occhiali da miope e arriva sempre in bici. La gentilezza nei modi e la delicatezza con cui chiede e risponde ha conquistato un po’ tutti quanti. È uno studente iscritto alla Facoltà di Lingue e, secondo quel che ci racconta, dorme presso amici mentre di notte arriva da noi per mangiare. Non sappiamo altro.
 Oltre ai volontari che fanno lo stesso nostro servizio, ci sono quelli che sono costretti per legge a prestare i servizi sociali e, in fine, i curiosi: per lo più, giovani di scuole superiori accompagnati dai loro insegnanti oppure gruppi di scout. Una notte, sul nostro furgone ospitammo due giovani ragazze piuttosto carine; Sofian diede a loro uno sguardo che parlava da solo. Se le mangiava con gli occhi. Lo dico sul serio. D'altra parte, cosa poteva fare un povero diavolo di vent’anni che nei calzoni ha un affare che non sta mai fermo?
 Sofian è talmente carino che, se qualche volta abbiamo qualche porzione di carne che non sia di maiale o di pesce, non sono il solo che gliela riserva. Una sera che avevo poco da offrire, m'è sfuggito di dire:
 - Beh, i fin dei conti, il pane l’hai avuto!
 Mi ha risposto con un termine che noi uomini pronunciamo sempre con disprezzo. Sembra volgare, quando di volgare non ha nulla e che, in questo caso, dice più del dovuto. 
  - Non si vive di solo pane, ci vuole anche un po’ di figa!

 

 

giovedì 26 febbraio 2015

IL POSTINO


  Eravamo nel Sessantasette, un paio di giorni prima di ferragosto mio fratello mi lasciò a terra, e con una bella creola prese il volo per Parigi e Madrid.
 La partenza improvvisa e la notizia comunicata solo a pochi intimi costrinsero la maggior parte degli amici di mio fratello ad arrivare in bottega per tutto il 21 agosto: giorno d’apertura del negozio dopo una settimana di sosta per le ferie estive. Fu un vero via vai. Entravano di corsa e, con faccia tosta, chiedevano a voce alta a mia madre:
 - È vero che Vito è fuggito?- i più delicati.
 - Ma è vero, signora Monti, che Vito è fuggito con una negra? - i più tremendi.
 E senza attendere risposte, ma solo dopo averne visto le sue occhiate, se ne uscivano ancor più veloci.
 Povera mamma, quanto ci soffrì! E quante ne disse a riguardo della ragazza è meglio lasciarvelo immaginare. Forse ne disse ancor di più sul conto di mio fratello per avermi lasciato a secco di denaro e illuso di trascorrere, assieme e per la prima volta, le vacanza estive. Lacrime di rabbia e di dolore che non furono così tante rispetto a quelle versate quando Vito andò a sposarsi a Panama.
 Partito a fine di luglio, sarebbe ritornato a metà settembre. A mamma e a me l’impegno di tenere aperto il negozio. Non potevamo volare fin laggiù, non solo a causa della bottega, ma anche perché il prezzo dell’aereo a quei tempi era piuttosto salato. In casa, si rimpiangeva il disagio di averci lasciato in mano il negozio dove lui era più competente.
 A mamma, sentimentale e romantica, piacevano tanto i soldi, e il suo sogno più grande era di farci sposare una donna ricca e non una che veniva da oltre Oceano e di cui non si sapeva poco o nulla. Non aveva tutti i torti. In fin dei conti, aveva due gran bravi ragazzi, laureati e con qualche soldino alle spalle, poteva quindi vantar qualche pretesa. Sfumato questo sogno, le rimanevano solo le lacrime per le possibili chiacchiere della gente. A scottare maggiormente sarebbero state quelle dei vicini di casa, dei clienti, perfino di quelli che non ci conoscevano affatto e che, pur di parlare, avrebbero detto un sacco di cattiverie. Si sa che la bontà ha una sola sfaccettatura mentre la cattiveria ne ha mille. E a queste fisime mia madre ci girava attorno e ogni mezzora ne aveva una nuova per potersi affliggere. Ma per quanto elucubrasse non si sarebbe mai aspettata quel che arrivò alla fine d’agosto. 
 Accadde che Vito e Itza, oltre alle telefonate e a qualche lettera, spedissero in negozio una cartolina di saluti. Era una vecchia fotografia: un dagherrotipo che ritraeva una capanna con davanti una numerosa famiglia di Indios.
 Il nostro postino, che sapeva di mio fratello, forse senza cattiveria ma solo per fare dello spirito, entrando in negozio con il sorriso e lasciando sul banco la cartolina:
 - Siora Monti, i ghà mandà la futugrafia dei parent!(1) 
 Ci voleva anche questa.
 Per un paio di settimane e forse più, all’ora di pranzo, invece di trovar pronto da mangiare, ero costretto a cucinarmi un paio d’uova, a cibarmi di tonno e cipolline, oppure a comprarmi dei panini con salame e formaggio. Non tutte le sere poi potevo andare a rifarmi in trattorie. Per non lasciarla sola, per consolarla e invogliarla a mangiar qualcosa, imparai a preparare dei risotti e a cucinare delle scaloppine.
 Mamma non riusciva a darsi pace. Quel maledetto postino chissà quante ne avrebbe raccontate in giro. E lei ne immaginava e ne rimuginava di tutti i colori.
 Senza ottener grandi risultati, la portai dal medico che le ordinò dei calmanti e dei ricostituenti. Si riprendeva solo un po’ quando di domenica, dopo aver fatto assieme una visita al cimitero, la depositavo da sua sorella Cleofe, in modo che si distraesse e che non pensasse al negozio, agli sposi e su ciò che la gente avrebbe malignato. Non avevo altro rimedio.
 Un giorno, fra tutte quelle sue lacrime riuscì a strapparmi perfino un sorriso. Troppo bella questa sua uscita per non doverla raccontare!
 Mentre sparecchiava la tavola, la sentii borbottare:
 - Non ghé più religion! … Anca el pusten el me tol per el cul! (2)


  (1)   Signora Monti, le hanno spedito la fotografia dei parenti.
  (2)   Non c’è più religione! … Anche il postino mi prende per il culo!

 

 

 

giovedì 19 febbraio 2015

IL BACCALA'


  La prima volta mi successe a Padova.
 Tanti anni fa, la ricorrenza di Sant’Antonio di Padova capitò di domenica, e con mia moglie si fece un salto al santuario. La bella giornata, nonostante gli aliti della Bora, invogliava all'aperto. Dopo la cerimonia in chiesa, a piedi si prese la direzione che porta alla stazione ferroviaria. All’altezza del Comune e dell’antico ingresso dell’Università, mia moglie mi fece notare un cagnolino che seguiva la sua padrona.
 - Guarda, Enzo, com’è carino!
 Dirlo cane è una parola un po’ grossa, in ogni caso, era un batuffolo riccio, pieno di nastri e di gale, con una copertina ricca di lustrini e brillantini come se dovesse andare a una festa.
 Chissà cosa mi prese! Forse un attacco di logorrea, oppure la voglia di esibirmi e far lo scemo; sta di fatto che mi fermai  davanti al cane e a voce alta:
 - Non dirmi che sei un cane? Ma ti sei visto bene allo specchio?... Non sei affatto carino, lo sai? Sei solo ridicolo!... Ah, già! Ma non è colpa tua … Vorrei vedere la faccia di quella cretina che ti ha conciato così! … Fa una cosa: ritorna a casa e va a struccarti! Se poi ti riesce di cambiar padrona fallo! … e alla svelta!  
 Qualche secondo dopo, una quarantenne in pelliccia si chinò, raccolse il cane e, dopo avermi dato un’occhiata di quelle che ti accoppano, s’infilò nella prima via di sinistra e sparì.
 Quel che non mi disse mia moglie ve lo lascio solo immaginare, e solo dopo aver risposto che:
 - Guarda che siamo stati da Sant’Antonio di Padova e non da quello del Porcellino. Non me la sono presa con quella povera bestia, ma con quella deficiente della sua padrona che vuol così bene agli animali che porta la pelliccia. Non dirmi che sbaglio! Pensa se quel povero cane si rendesse conto di come è stato ridotto? 
 Riuscii a calmarla un poco. E ne dissi tante e poi tante che alla fine, prima di salire sul treno, le strappai pure un sorriso.
 Più o meno, lo stesso episodio s'è ripetuto qualche anno dopo qui a Verona in Piazza delle Erbe. Questa volta però la faccenda andò diversamente. La bella trentacinquenne, anche lei in pelliccia e forse anche un po’ più troia(1) della prima, mi mandò volgarmente a quel paese senza lasciarmi il tempo di giustificarmi o di replicare. L'episodio si svolse tanto in fretta che rimasi a bocca aperta. Oh, sì! L’incrociai altre volte. Ma per timore che volassero tra noi parole grosse, giravo alla larga. 
 Un giorno però, che ero in compagnia del mio amico Toni Gussa, questo bravo figlio di … come la vide, con entusiasmo e pieno di complimenti le andò incontro. Dagli abbracci, non c’erano dubbi che si conoscessero piuttosto bene, e d’altra parte, lei era una gran bella gnocca (2) che non poteva essere ignorata dal mio Toni. Irritato da quella scena, mi ritirai dietro ai tavolini d’un bar, nonostante quel visone selvaggio mi avesse notato e avesse fatto un cenno sulla mia presenza a Toni, sempre troppo lento e lungo quando attaccava bottone. Nell’attesa, ogni tanto volgevo l’attenzione da qualche altra parte quando fui incuriosito dal fatto che Toni avesse sollevato il cagnolino, e se lo fosse portato davanti al naso facendoselo leccare. 
 Come Toni ritornò, lo assalii con un sacco d’improperi, e poi:
 - Ma cosa ti salta in mente? Non ci si può far leccare la faccia da un cane, e lo sai il perché? Quel caro cagnolino, oltre a leccarsi continuamente il culo, ha anche annusato quelli degli altri cani e, prima di pisciare, ha messo il naso su tutti gli angoli delle vie. D’ora in poi, stammi alla larga e per cortesia non far accenni neanche per scherzo a un abbraccio oppure tentare di offrirmi un assaggio dal tuo bicchiere? … Hai capito? 
 - Ma sai chi è quella? - cercando di cavarsela.
 - Certo che lo so! … È una cretina che concia il suo cane in quel modo.
 - No, è l’amante di … ed è una donna bellissima. Ma non ho capito perché ce l’hai tanto con quel povero cagnolino? È un cane lecchino, li chiamano cani da salotto, ma sono cani lecchini.
 - Ma tu l’hai preso in braccio? E ...
 - Per forza! Come avrei potuto sapere che alito poteva avere? E oggi, aveva proprio l’alito che sapeva di baccalà.
 - Scusa sai, sarò pure ignorante, ma i cani non mangiano pesce.
 - Questo lo so. Ma ti ho detto che è un cane lecchino, e che oggi deve aver leccato qualcosa che sa di baccalà, perché due son le cose che sanno di baccalà.



 N. B. Eh, sì! il mio Toni la sapeva lunga. 



  (1)   Prostituta.
  (2)   Donna bella.

 

 

 

venerdì 6 febbraio 2015

LOQUE


  Rare le volte a cui non ho risposto a offese o a basse insinuazioni. E non ne sono pentito. Se mi fossi difeso, nella maggior parte dei casi, non avrei ottenuto alcun vantaggio oltre allo sfogo.
 Spesso poi, non sappiamo toglierci con disinvoltura da alcune situazioni imbarazzanti, a volte, addirittura le peggioriamo. Ora vi racconterò un episodio che si risolse, per mia fortuna, nel migliore dei modi.
 Negli anni Sessanta, trascorrevo le vacanze estive per lo più sulla Riviera Romagnola. Poco mare e molta vita notturna. E di notte, se non trovavo prede in qualche locale traslocavo in altri, sempre alla caccia di selvaggina. Solo all'alba m'arrendevo.
  Era stata una serata nata storta. Sia a me che al mio amico era andata proprio male. Nessuna!Neppure uno scorfano aveva abboccato. Ed era già passata da un bel po’ la mezzanotte. Fuori dal terzo locale, il mio amico, un baldo e belloccio piacentino che lavorava nell’azienda di trasporti di suo padre, bloccò due biondine e le convinse a unirsi a noi per fare un salto in un night di Gabbice Monte.
 Salii dietro alla sua Seicento con una delle due. Portava una gonna corta e mostrava due cosciotti come quelli dei Tre Porcellini. Come un lupo mannaro non ressi e allungai le mani, lei mi respinse. Andai ancora all’attacco. Il mio amico non aveva ancora innestata la terza che la mia vicina rivolgendosi all’amica davanti:
 - Loque el comincia a stricher! (1) 
Probabilmente l'ultima parola  non l'avevo afferrata bene o l'avevo travisata, fatto sta che mi rivolsi al mio amico in questi termini:
 - Beh, hai sentito bene?... Abbiamo raccolto due orfanelle che parlano in Latino:  quoque, cuiusque, cuius quique. Non è facile raccogliere al giorno d’oggi due belle ragazze che parlano in Latino. Forse son state educate in qualche orfanatrofio vecchia maniera.
 L’amico alla guida senza voltarsi:
 - Ma va là, scemo!... Sono bolognesi, e alla sua amica ha detto: “ Lui qui comincia a stringere”.
 Tutti e tre scoppiarono a ridere, mentre io, da mona (2), mi ritirai come una lumaca senza proferir parola. Chiuso in me stesso e con il morale a terra non avevo la forza di reagire. Ero nero per non aver avuto la solidarietà di quel mio compagno stagionale. In macchina, questi tre menefreghisti cantavano a squarciagola accompagnandosi alle canzoni trasmesse dalla radio. Non mi era mai capitato d'essere così giù di corda. Non solo non avevo risposto al mio compagno, ma anche davanti alla ragazza m'ero arreso. Di solito, a un rifiuto reagivo anche aggressivamente con parole pronte. 
 All’ingresso della sala da ballo, le ragazze invece di lasciarci, presero sottobraccio il mio amico e s’accomodarono a un tavolino. Infelice e disperata situazione! Veramente insopportabile. Per non dar sfogo a ciò che avevo sulla punta della lingua, giravo a vuoto attorno alla pista sperando che qualche anima buona mi raccogliesse. Mi rifiutavo di portare il moccolo per tutta la serata.
 Durante la sosta della musica fui costretto però a raggiungerli. Per forza: m'aspettava la mia birra.
 Me ne stavo muto, discosto da loro, e cercavo di vedere se in sala ci fosse qualche ragazza libera, fosse pure brutta come la fame. Cercavo di distrarmi pensando alle tre leggi della Dinamica del grande Isacco. Le ripassavo in Latino, come del resto le aveva formulate; visto poi che questa nostra antica lingua era la causa delle mie pene. La terza, che si riferiva all'azione, mi suggeriva di reagire. Ormai era troppo tardi. Certe cose o si fanno subito o è meglio lasciarle perdere. Non mi restava altro che masticar rabbia.
 Ma come la musica riprese, la ragazza dai bei cosciotti mi s'avvicinò, e in tono dolce e amichevole:
 - Dai! Non te la prendere, sei anche un bravo ragazzo …  Sù, andiamo a ballare!
 Una brezza notturna e la musica invogliavano all'amplesso, si ballava a guancia a guancia. E poi dicono di non aspettarsi mai che l'iniziativa possa partire dall'altro! Sentite la sorpresa.
 - Non ti piaccio più perché non parlo il Latino?
 E prima che potessi rispondere, con un bacio mi sfiorò le labbra. 
 Che vacanze! Quelle sì, che furono vacanze!


 (1)   Lui qui comincia a stringere.
 (2)   Vagina. In questo caso stupido.


 

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venerdì 23 gennaio 2015

SALVATO IN CALCIO D'ANGOLO


 
 Dopo un paio d'anni dalla morte di mio padre, si vendette il negozio di tabaccheria. Mio fratello e mamma s'impegnarono a condurre il negozio d'ottica, mentre io, nonostante avessi superato solo il biennio d'ingegneria, ottenni la cattedra completa d'insegnante in Matematica e Fisica presso l'Istituto Tecnico per Ragionieri e Geometri  della mia città.
 Possedevo una 500 e un Moby: un ciclomotore francese leggermente più piccolo del nostro Ciao che faceva sbavare le ragazze e i ragazzi di quel periodo. Godevo dello stipendio, delle mance di mia madre e, pur non essendo una meraviglia, dell’ammirazione e della simpatia di qualche bella fanciulla. L’unico cruccio erano un paio di classi femminili dell’Istituto di Ragioneria. Oh, ma non mettiamola giù troppo dura! C’era anche da divertirsi, con le mani a posto, s’intende. 
 Vi ricordo che per insegnanti, tutori e chi può esercitare una qualche influenza sulle minori, la legge maggiora di due anni l’età di questa area protetta. Non che fossi preoccupato per questo. Dovevo  star piuttosto attento a che non mi sfuggissero parole fuori luogo e a difendermi dalle malizie delle mie giovani allieve. Alcune erano ancora bambine, la maggior parte, uscite dalla pubertà, erano già donne fatte, e quindi più difficili da gestire.
 Problemi mestruali, innamoramenti quotidiani, vestiti alla moda e fanatismo per i Beatles erano gli argomenti preferiti. Fin qui nulla di male. Più grave era il fatto che alcune non volessero indossare il grembiule bianco da portare in classe: imbruttiva. E allora dovevo spiegare che il grembiule non serviva tanto a loro, quanto a me, per proteggermi da scollature e curve pericolose. E non vi dico quante volte buttavo gli occhi al soffitto per non indugiare su meravigliosi panorami inviolati che venivano dai primi banchi. Lo san bene le donne che sedute le gonne si accorciano, come pure lo sapevano le ragazzine, soprattutto a quei tempi quando non s'usavano ancora i jeans.
 Se non ne capitava una al giorno poco ci mancava. Ogni scusa era buona. Si rideva spesso, ma dovevo far attenzione a pesare bene ogni parola. La malizia era sempre alla porta. Pensate un po' che un giorno a una piccolina che faticava ad arrivare alla lavagna posta dietro alla cattedra, tra le risate venne dai banchi l'invito:
 - Ma dai, non far tanto la smorfiosa! Fatti prendere in braccio dal professore!
 L'episodio però che vi voglio raccontare si riferisce a un mio folgorante ripensamento e a una altrettanto fortunata e precipitosa marcia indietro.
 Un bel mattino, mentre tenevo una lezione di Matematica nella seconda classe di Ragioneria, non m'accorsi dell'ora tarda. Stava per scoccare la fine delle lezioni. Purtroppo non mi resi conto della stanchezza e svogliatezza delle mie allieve. Forse loro s'aspettavano già il suono della campanella, mentre io ero impegnato a finire in fretta un esercizio alla lavagna. Dopo aver scritto un paio di righe, mi voltai per vedere se la classe mi seguiva. Scorsi che l’allieva nel terzo banco della fila di mezzo stava giocando con i capelli di quella davanti. Cercava di arricciarli con una matita. Ritornai a scrivere, ma voltandomi  di nuovo la trovai che si divertiva ancora. I nostri occhi s’incrociarono, con un gesto e con una smorfia le feci intendere di smettere e di prestare più attenzione.
 Alla terza volta m’infiammai e la rabbia mi fece perdere i lumi. Spezzai il gesso e a vene ingrossate:
 - Senti, ricciolina! La pianti di fare dei boccoli a quell’oca che hai davanti?... Eppure con un brutta occhiata ti avevo già colta sul fatto. – e gonfiando ancor più le gote e scandendo bene  le parole – Hai una pallida idea dove ti posso ficcare quella maledetta matita?
 Ottenni un silenzio che non avevo mai avuto. E davanti a occhi sgranati: 
 - Te la ficco nel … nel naso! - pronunciando quell'ultima parola come fosse la fine d'un rantolo.
 Ancora un attimo di sorpresa e, subito dopo, dall’ultimo banco venne il primo applauso.

 

 

martedì 20 gennaio 2015

AVEVO BUCATO UNA GOMMA


  A volte, capita d’inciampare in qualche spiacevole malinteso oppure di commettere delle gaffe talmente grossolane che non è possibile far marcia indietro. A quelli come me e che per lavoro sono costretti a darla d’intendere al pubblico succede purtroppo con una certa frequenza.
 Ma non voglio annoiarvi con le tristi figuracce che ho fatto in negozio o con amici, preferisco ricordare vecchi episodi della mia gioventù, prima che finiscano nel dimenticatoio. 
 Questa è un a delle mie celebri gaffe: una di quelle spaventose, e che non si dimenticano tanto in fretta.
 In una piccola città di sessantamila abitanti, le feste danzanti promosse da associazioni benefiche o da circoli privati si contano sulle punte delle dita. Avrei fatto carte false per poter partecipare a quella festa.
 Sì, che avevo delle amiche! Ma non avevano alcun interesse per uno come me, come del resto io non ne avevo per loro. Se avessero scelto un accompagnatore l’avrebbero cercato un po’ più figo del sottoscritto. Più che per vanto, per far invidia alle avversarie. Mi procurarono l’invito un mio amico e la sua ragazza.
 Il vecchio abito di società di mio padre, adattato a me, mi permetteva di partecipare a quell'evento. Feci disperare mia madre: comprai un paio di scarpe nuove, una cravatta e dei polsini. Andai perfino dal barbiere. Certo che c'era un motivo per tenerci così tanto: speravo di poter incontrare una ragazza che mi piaceva da morire.
 Arrivò finalmente il sospirato momento. Tirato a malta fina e tremante affrontai l’ingresso in sala.
Che aria brutta! c'erano tutti i cagoni della città.
 Nonostante conoscessi un po’ tutti quanti, la maggior parte m’ignorò; solo alcuni genitori di qualche amico e un paio di clienti dei nostri negozi mi sorrisero o mi strinsero la mano. Non per cortesia o simpatia, ma perché conoscevano le proprietà della famiglia. Per una volta ancora, quella merda di denaro era motivo di divisione tra gli uomini.
 Cercai la ragazza, ma non la trovai. Ero arrivato un po' troppo presto. Dopo qualche giro nelle due sale, m’incontrai con una ventenne che lasciava la pista alla fine d’un ballo. L’invitai e lei accettò. Non mi sembrava vero che a un ballo di società mi stavo conquistando una bella biondina di provincia.
 Dopo quattro balli di fila, chiacchierando ci recammo al buffet. Si parlava di Milano e della Facoltà di Filosofia dove lei era iscritta al secondo anno.
 Capelli a caschetto, fronte spaziosa, occhi verdi-azzurri, labbra sottili, un bel sorriso, seni piccoli e gambe diritte. Con una voce limpida e penetrante, mi spiegava la sua passione per il cinema. La lasciavo parlare, pensando a come affrontarla e al tempo che avrei impiegato a saltarle addosso. Eh, sì! lei aveva ballato con me senza mettere le mani aperte davanti ai seni a mo’ di protezione come s’usava allora; anzi, se li era strofinati. Ballando poi a guancia a guancia, non mi era sfuggita qualche piacevole stretta.
 Mentre ero in sosta al buffet, qualche amico, passandomi accanto, come saluto mi faceva l’occhiolino come per dirmi: “ T’è andata bene, eh?”
 Oltre agli amici, fui vittima delle attenzioni d'una signora un po’ vistosa, bardata a festa, con un sparato sul davanti e un fondo schiena da far venire l’acquolina in bocca a chi piace l’abbondanza. Non solo sguardi, ma mi lanciava anche qualche sorriso.
 Maledetta vanità! Sarebbe stato meglio morsicarla la lingua.
 Rivolgendomi alla mia futura preda:
  - Vedi quella vecchia baldracca?(1) Mi lancia inviti con dei sorrisi e delle occhiate concupiscenti, lei vorrebbe che …
  - Ma cosa stai dicendo? Quella signora è mia madre … Ma cosa ti sei messo in testa? Sorride perché si compiace che anch’io ho qualcuno che mi corteggia.
 Che tonfo! A terra, per aver bucato una gomma, senza la possibilità di rialzarmi. 
 

    (1) Prostituta.



sabato 10 gennaio 2015

SONO LE PEGGIORI


                                                                                             Maschi d’una certa età, sù con le ’rece! (1)

  Se le giovanili femmine, dai sessant’anni in su, vi fanno delle avances, non prendetele troppo sul serio.
 Sono delle mistificatrici, addirittura delle bugiarde nate, che lo fanno esclusivamente per vanità. Vogliono sapere se sono ancora attraenti più che voglia di far sesso. Ma se vi capita qualcuna che fa sul serio, mi raccomando: non perdonategliela! Rammentatevi il vecchio detto dei vostri padri : “ Ogni lasciata è persa”.
 Per avvalorare questa mia tesi, mi permisi un giorno d’invitare a bere un caffè una mia cliente che si vanta  d’essere, e purtroppo lo è di professione, una psicologa. L’avevo invitata non tanto per sperimentare su di lei il mio irresistibile fascino, ma perché volevo conoscere in modo diretto e più specifico la sua opinione su questo modo di comportarsi di alcune non più giovani signore nei nostri confronti.
 Sul metro e sessanta, segalina, con poco seno e sempre in calzoni, porta capelli lunghi raccolti in varie fogge e, sebbene si  atteggi a ragazzina, ha purtroppo un collo impietoso che ne rivela l’età. Nei miei confronti ha sempre  avuto atteggiamenti di stima esagerata, per non dire di sfacciata adulazione. Vi riporto esattamente le sue parole:
 - Oh, dottore! Come la trovo bene … - oppure – Lei che è un poeta … - a volte anche – Già, dimenticavo che lei è un intellettuale e al tempo stesso un uomo di scienza … - e tante menate del genere di cui provo ancora vergogna.
 Come vi ho già detto, un bel giorno commisi l’errore di chiamarla al citofono e invitarla a prendere un caffè.
 - Oh, dottore! Mi coglie in un momento che sono molto impegnata, in ogni caso, tra qualche minuto sarò da lei.
 Abitando in un palazzo che s’affaccia su Piazza Delle Erbe, ci recammo in uno dei tanti bar che danno vita alla piazza. Durante il breve tragitto, mi raccontò d’aver lasciato a casa il marito, quando di marito non ne avevo mai sentito parlare, e che lei, nonostante  la sua età, riceveva ancora inviti e complimenti dagli uomini.
 Seduti a un tavolino, cominciò a imbambolarmi con le sue chiacchiere. Iniziò a raccontarmi che faceva di frequente sesso sfrenato, che frequentava piscine e palestre, e che, oltre a essere innamorata del suo lavoro, aveva una gran passione per le gare di Tango. Era più matta di quanto la facessi. E poi forse... e senza tanti forse, lei credeva che ci provassi.
 Che fare? Mica potevo dirle che l’avevo invitata per ricevere un parere professionale senza tirar fuori il becco d’un quattrino. L’avrei umiliata sia come professionista che come donna. E che smacco poi dirle che non aveva capito un bel niente e che non intendevo farle la corte! Non mi rimaneva altra via che starmene zitto, fingendo  che lei credesse che m’era andata buca. Rammentai che non si deve mai dare dello stupido a qualcuno. Lo stupido non ammetterà mai d’essere uno sciocco, penserà che siete voi lo stupido.
 Con tutta la voglia che avevo di venir via, cercavo di non ascoltarla e di non piegar troppo la testa. Ero poi impegnato a squadrarla per capirne che doti avesse per sentirsi ancora così attraente. Con il culo piatto da sedentaria, senza tette, senza trucco e con un color di pelle da legume simile al “pomme de terre”, cosa poteva aver di stuzzicante oltre a quei quattro peli? Eppure, forse anche lei aveva qualcuno che se la sarebbe fatta.
 Per scacciare la voglia di risponderle a tono, pensavo a tutte le donne vedove che raccontano che sono disperate avendo avuto un uomo meraviglioso, alle separate che sparlano del vecchio marito giurando d'essere state vittime d’un delinquente. E purtroppo son tutte così. Non se ne sbaglia una!
 Dicono che il tempo oltre a essere galantuomo è anche relativo, sarà, ma a volte non passa mai. Con il cervello in ebollizione, alle vedove e alle separate associavo questa razza ancor più perversa, che ci stuzzica e poi non si concede. Che brutta razza! Le loro allusioni, le loro smorfie e le loro moine hanno uno scopo solo: quello di trarci in inganno. Posano e recitano come le migliori attrici. False, bugiarde, imbroglione, ipocrite e poi e poi ... Non dimenticate che giocherellano sui qui pro quo, e che ci incantano con il bagliore e il languore dei loro occhi. E per infinocchiarci meglio, si lasciano andare a confidenze di questo tipo. 
  - Sei più d'un amico! - oppure - Abbiamo molto in comune noi due.
 Vittima delle loro arti e per golosità, l'uomo ci casca e si fa avanti, e loro gli tappano la bocca con un secco rifiuto, spesso umiliandolo. Brutte schifose! Per non dir qualcosa di peggio.
 Per pagare il conto, il cameriere non arrivava mai. Finalmente! ci lasciammo promettendo che ci saremmo rivisti (e non so neanche il perché) in altre occasioni e senza tanta fretta.
 Qualche volta la rivedo, e v'assicuro che non è facile mandar giù veleno e non poterlo sputare!

 

  1. Orecchie.